Benessere

Coccole, la cura naturale contro stress e disagio

Alimentano una reazione neurobiologica nel nostro cervello che sostiene la cooperazione, l'accudimento reciproco e l'intimità, aumentano la capacità di empatizzare, ovvero di immedesimarsi nel vissuto emotivo dell’altro: ecco perché gesti di affetto e intimità fanno bene alla salute.

Incontra uno psicologo
Coccole, la cura naturale contro stress e disagio

Alimentano una reazione neurobiologica nel nostro cervello che sostiene la cooperazione, l’accudimento reciproco e l’intimità, aumentano la capacità di empatizzare, ovvero di immedesimarsi nel vissuto emotivo dell’altro: ecco perché gesti di affetto e intimità fanno bene alla salute

Il contesto

Il mondo, oggi, è un ambiente molto competitivo, in cui si rischia di vedere tutto come una sfida senza alleati, anche nella propria squadra. Questo è anche frutto di una deriva sociale verso una dimensione autocentrata, in cui “io conto, io decido, io valgo”; dove il rispetto dell’altro sembra non essere più un valore ed imprescindibile regola sociale dello stare insieme.

Queste tendenze sociali alimentano nemici che oggi sono lo stress, la scarsa autostima, le difficoltà di interazione, innanzitutto nella coppia .

Recuperare il tempo e la dimensione delle coccole è importantissimo: dobbiamo riscoprire il piacere e, in una dimensione adattiva, l’utilitarismo, della condivisione spirituale e fisica. La crisi culturale ed economica che stiamo vivendo sta però portando alla ribalta vecchi valori e le persone riscoprono il piacere e la naturalezza della cooperazione e della vita comunitaria.

Anche la stabilità torna ad essere un valore.

Fra i comportamenti sociali che supportano stabilità, senso di appartenenza e condivisione, le coccole e, in senso più lato, tutte le forme di accudimento fisico ed emotivo dell’altro, sono un presupposto necessario.

Benefici delle coccole nella nostra società

La condivisione e l’affidamento all’altro sono il perno di una strategia specifica di “coping”, ovvero di fronteggiamento, dello stress. L’autostima è una variabile che spesso dipende dal sentirsi importanti, per gli altri, ben voluti, accuditi e protetti, in relazioni che viviamo come stabili e affidabili. Le coccole migliorano la nostra capacità di avere fiducia in noi stessi.
Per il benessere fisiologico della coppia lo spazio ed il tempo delle coccole sono fondamentali.

Le coccole alimentano una reazione neurobiologica nel nostro cervello che sostiene la cooperazione, l’accudimento reciproco e l’intimità. Dare spazio alle dimostrazioni fisiche di affetto, condivisione e vicinanza emotiva, come attraverso abbracci e coccole, ci predispone mentalmente, si potrebbe dire neurobiologicamente, a trovare intesa ed empatizzare con l’altro.

Viviamo in una società in cui l’intimità è spesso fatta di un sesso fisico, testosteronico, più che sublimazione della coppia. Lo stare insieme nel rapporto di coppia presuppone un costante lavoro di “ fine tuning” ovvero di sintonizzazione sulla frequenza emotiva dell’altro, cosa tutt’altro che scontata e semplice. Le coccole e gli abbracci favoriscono a livello mentale questi processi cognitivi.

Gli uomini cercano in modo diverso e per motivi diversi le coccole rispetto alle donne. Le donne vedono nella coccola la massima espressione di amore, rassicurazione e attenzione; le donne le ricercano per intesa sentimentale e condivisione. Per la donna la coccola è, quindi, un importante elemento della relazione.

Nell’evoluzione del genere homo abbiamo mantenuto alcuni schemi neurobiologici: l’uomo ha un bisogno diciamo egoista di rifugiarsi nella coccola per modulare il perenne stato di aggressività che vive in quanto “capo branco”, dedito ad attività di lotta per procacciare la sopravvivenza della famiglia: conflitti lavorativi, scontri e rivalità. Quindi per l’uomo la coccola è ristoro, rassicurazione che deriva dalla stabilità del rapporto e pace.

Esiste poi un’altra forma di coccole, diciamo coccole in senso lato, che agiscono sul sistema neurobiologico della gratificazione.
Sono le coccole che ci concediamo per gratificarci: cibi appetitosi, un nuovo acquisto, un bagno caldo, un buon gelato, il cioccolato.

Sicuramente ad oggi sussistono studi che correlano il consumo di cioccolato e predisposizione alla depressione. Nei soggetti più predisposti alla depressione è riscontrabile una maggior tendenza a fare uso di cioccolato. Molto più complesso è capire cosa significhi questa correlazione.
Sicuramente mangiare cose golose è una modalità primaria di ottenere gratificazione, quindi coccola.
Bisogna però distinguere fra food craving ed emotional eating. Quando siamo stressati, stanchi o semplicemente abbiamo bisogno di coccolarci, accudirci un po’, come dopo una intesa e dura giornata di lavoro, il nostro organismo reagisce con normalità facendoci sentire la necessità quasi impellente di mangiare alcuni cibi, come il cioccolato, che scatenano dentro i nostri circuiti neuronali una complessa reazione che culmina in un profondo senso di gratificazione e benessere. In questo caso è come se il nostro organismo sentisse la necessità di queste sostanze, come i fumatori a volte sentono un bisogno spasmodico di fumare una sigaretta. Questo bisogno spasmodico in inglese si definisce craving.

Il cioccolato è un buono strumento di gratificazione edonistica, proprio passando attraverso il soddisfacimento del craving, ma, se utilizzato come target dell’emotional eating o come cibo di conforto può peggiorare e mantenere l’instabilità affettiva. Infatti in quei casi in cui la ricerca del cibo-coccola avviene per la necessità di rispondere ad ansia, tristezza o rabbia, magari nemmeno del tutto messe a fuoco, ma semplicemente segnalate “da un senso di vuoto nello stomaco”, la coccola non è un buon rimedio ai nostri bisogni: ci appaga nell’immediato ma lascia un senso di fragilità e inquietudine svanito l’effetto a breve termine. In questo caso meglio cercare di fare quadrato attorno alle emozioni, sforzarsi di riconoscerle, analizzarle e gestirle, provando a cavalcarle invece che subirle.

Neurobiologia della coccola.

L’abbraccio è un segno di fiducia nell’altro e al tempo stesso di protezione dell’altro: quando l’altro ci abbraccia anche fisicamente ci affidiamo, ci mettiamo in una condizione di vulnerabilità; anche l’uomo a volte ha bisogno di abbassare la guardia e potersi sentire abbracciato.
Con l’abbraccio “entriamo nel mondo dell’altro, oltrepassano quella che in semeiotica della comunicazione non verbale, viene chiamata zona di intimità, il contatto fisico e i trenta centimetri di perimetro attorno al corpo. Si sentono odori, temperatura, respiro, il cuore che batte. Questa interazione aumenta esponenzialmente la capacità di empatizzare, ovvero di immedesimarsi nel vissuto emotivo dell’altro, pur rimanendo sé stessi. Pensiamo all’abbraccio che vede protagonisti i giocatori di calcio dopo un goal: è la massima forma di condivisione e sincronizzazione emotiva. L’abbraccio ha filogeneticamente un significato adattivo per la sopravvivenza: di fronte al temuto freddo stare vicini vicini e abbracciarsi permette di scaldarsi più efficacemente, risparmiando energie nella termoregolazione autonoma.

A livello sia cognitivo sia neuroendocrino un abbraccio, una carezza, producono un pattern di reazioni ben preciso.

L’ormone dell’abbraccio e delle coccole è l’ossitocina. Molti autori hanno ormai dimostrato come sia l’ossitocina l’ormone che regola i comportamenti coalittivi rispetto a quelli competitivi aggressivi: un aumento dell’ossitocina produce comportamenti ed atteggiamenti mentali di apertura, intimità e collaborazione con l’altro, sostiene la capacità di empatizzare e aumenta la capacità di fidarci ed affidarsi.

L’ossitocina infatti riduce l’attività dell’amigdala e aumenta l’attività della corteccia prefrontale ventromediale, che sostengono appunto comportamenti di attenzione, coinvolgimento e preoccupazione per l’altro.

Al contrario l’isolamento sociale produce, come documentato da numerosi studi, effetti neurlbiologici oltre che psicologici: un’ attivazione tonica del sistema simaptico e un incremento dell’attivazione dell’asse ipotalamo ipofisi surrene, amplificando ed esagerando le risposte fisiologiche allo stress; una riduzione dell’efficienza della reazione immunitaria, infiammatoria e disturbi del sonno. La miglior coccola che può antagonizzare gli effetti della solitudine sono sia la condivisione, non l’emotional eating, come si potrebbe sperare.
Recenti indagini epidemiolgiche che hanno cercato di mirurare il livello di felicità oggi, hanno rintracciato un livello di serenità e ottimismo maggiore in quelle persone che dedicano tempo ed energie alla condivisione ed alla partecipazione attiva alla vita comunitaria.

Istinto materno, coccole e crescita emotiva del bambino

Nei primi giorni e mesi di vita l’interazione mamma bambino è una questione essenzialmente fisica. L’organizzazione mondiale della sanità raccomanda che a seguito di un parto naturale la mamma abbia un contatto fisico il prima possibile con il neonato. Questo migliora numerosi parametri di buona salute e puerperio, sia nella mamma che nel bambino,. Ci sono anche inziali evidenze che il contatto pelle a pelle sia auspicabile il prima possibile anche dopo il parto cesareo.
Gli arbori del sistema emotivo del bambino gli permettono già di ricercare e identificare lo sguardo della mamma, di rispondere automaticamente al sorriso. Numerosi studi concordano sull’importanza dell’interazione fisica nei primi mesi di vita per una ottimale crescita del sistema emotivo, del senso di sicurezza in sé stessi, della capacità di affrontare lo stress e per la stessa espressione di geni e recettori che coordinano le risposte fisiologiche agli stress.
Per esempio alcuni studi suggeriscono come i bambini che hanno sperimentato largamente il co-sleeping nei primi sei mesi di vita abbiano una miglior capacità di recupero dallo stress indotto dalla strange situation, la condizione sperimentale con cui attorno ai 12-18 mesi di vita si indaga la sensibilità emotiva alla presenza di persone estranee. A documentarlo era il pattern di riduzione del cortisolo salivare nelle ore dopo la sperimentazione.
Sono stati studiati e trovati fondamentali il contatto pelle a pelle, il co-sleeping ( dormire insieme).