Scuola

Compiti a casa, sì ma con buon senso

Compiti a casa, in una scuola a tempo pieno non si può parlare di una loro necessità. Le otto ore di scuola dovrebbero essere sufficienti per offrire al bambino gli strumenti necessari all'apprendimento.

Incontra uno psicologo
Compiti a casa, sì ma con buon senso

Compiti a casa, in una scuola a tempo pieno non si può parlare di una loro necessità. Le otto ore di scuola dovrebbero essere sufficienti per offrire al bambino gli strumenti necessari all’apprendimento. Alla secondaria, invece, sono utili per acquisire autonomia di lavoro. Ma le decisioni e la responsabilità riguardanti i compiti appartengono agli insegnanti

L’ultima in ordine di tempo è una mamma che ha scritto per la sua figlia una giustificazione alla maestra: «Gentili maestre, Mariasole non ha potuto studiare storia perché dopo 8 ore di scuola, dalle 17 alle 19.30 ha dedicato il suo tempo libero restante ad attività ricreative e sportive». Ma anche quest’estate se ne è discusso molto, con la lettera di un padre che spiegava perché non aveva fatto fare al figlio i compiti delle vacanze. La discussione sul tema dei compiti a casa è un tema sempre “caldo”: abbiamo chiesto un parere alla dottoressa Velia Bianchi Ranci, psicologa e psicoterapeuta esperta in età evolutiva.

Ci sono principi generali che è necessario avere presenti, anche se nelle situazioni di vita bisogna fare i conti con la difficoltà o impossibilità di uniformarvisi.

Sarò quindi un po’ perentoria:
1. La collaborazione tra insegnanti e genitori è fondamentale per un iter scolastico soddisfacente, e in generale per il benessere psicofisico del bambino, che deve sentire una buona comunicazione tra gli adulti che si occupano di lui.
2. Questa collaborazione deve però avvenire su altri piani, che non riguardano l’esecuzione dei compiti: le decisioni riguardanti i compiti sono degli insegnanti, e degli insegnanti rimane la responsabilità del loro corretto svolgimento. Ai genitori spetta tutto il lavoro necessario a creare ogni giorno le condizioni che permettono ai figli di mettere le loro energie al servizio degli apprendimenti, supportarli nelle difficoltà che incontrano, comunicare con gli insegnanti per un confronto utile a conoscere reciprocamente aspetti importanti della vita del bambino.

Scendiamo nello specifico: se e quando sono utili i compiti a casa come integrazione del lavoro in classe?

Secondo me in una scuola a tempo pieno e negli anni della scuola primaria, non si può parlare di necessità di dare compiti da svolgere a casa.
Le otto ore di scuola dovrebbero essere sufficienti per offrire al bambino gli strumenti necessari all’apprendimento, ed aiutarlo ad assimilarli.
Naturalmente all’interno delle otto ore dovrebbe essere garantita un’alternanza ottimale tra i tempi in cui è possibile richiedere attenzione (tempi variabili a seconda delle ore della giornata, e di alcuni altri parametri, ma comunque non più di quarantacinque minuti) e quelli di pausa. Altrimenti si apprende di meno e con più fatica; e non è aggiungendo la fatica dei compiti a casa che si migliora la situazione.

Quando l’insegnante ravvisa l’opportunità per un bambino di lavorare di più in un determinato ambito (le tabelline!) ne parla con lui e insieme concordano le strategie: questo perché l’apprendimento per essere efficace deve avvenire all’interno di una relazione di fiducia con l’insegnante. L’insegnante a sua volta deve avere più elementi possibile per conoscere i punti di fragilità e i punti di forza del bambino, in modo da aiutarlo a rinforzare i primi e utilizzare meglio i secondi.
Una parola va detta per quanto riguarda le vacanze estive, che sono così estese in Italia da far temere a genitori e insegnanti l’oblio di quanto appreso durante l’anno. Sappiamo però che un’informazione, se accolta con attenzione e “codificata”, cioè rappresentata mentalmente (e ognuno ha le sue strategie visive, uditive…per far questo), possiamo dire banalmente “capita”, entra nel magazzino mentale della memoria chiamata “a lungo termine”, e può essere richiamata facilmente quando la situazione lo richiede.
Quello che deve essere mantenuto durante i periodi di vacanza è l’interesse ad accogliere e magari riflettere sugli stimoli ambientali offerti, in modo da arricchire un bagaglio culturale utile per far fronte alle richieste ineludibili della crescita. Questo naturalmente si può fare utilizzando gli strumenti appresi a scuola (diari, misurazioni…).

I compiti possono invece essere importanti nella scuola secondaria, inferiore e superiore.

Nel panorama della scuola italiana il tempo pieno non è attuato nella scuola secondaria. Inoltre gli adolescenti dovrebbero aver acquisito una discreta autonomia di lavoro, e una capacità di elaborazione concettuale che giustifica la richiesta degli insegnanti di completare a casa un lavoro di approfondimento degli argomenti presentati in classe.
I compiti possono aiutare i ragazzi a scoprire che cosa li interessa e che cosa no, ad organizzarsi e ad assumersi la responsabilità del proprio successo o insuccesso.
I genitori possono affiancare i figli in questo lavoro, se ne hanno la possibilità, come interlocutori affidabili, capaci di dare del tempo per risolvere dubbi, ascoltare preoccupazioni, suggerire soluzioni, e molto altro.
So che nella stragrande maggioranza delle situazioni i compiti sono solo un peso da scaricarsi di dosso il prima possibile, ma non sarebbe necessario che tutti insieme, insegnanti, genitori, ragazzi, trovassimo una strada per ridare senso e valore a questo lavoro?

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