Psicoterapia

Come iniziare una psicoterapia? Una bussola per orientarsi

Per chi vive un disagio psichico, meglio lo psichiatra o la psicoterapia? E con quali criteri scegliere il percorso più adatto?

Incontra uno psicologo
Come iniziare una psicoterapia? Una bussola per orientarsi

Accade a molte persone che sperimentano un disagio psichico di voler intraprendere una psicoterapia. Ma individuare lo specialista giusto può essere molto difficile. Meglio lo psichiatra o lo psicoterapeuta? E con quali criteri scegliere il percorso più adatto?

“Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura, che la diritta via era smarrita…” Così come tanti secoli fa accadde a Dante Alighieri, a moltissime persone capita, a un certo punto della loro esistenza, di sentirsi smarriti e avvolti dall’oscurità. E come fece il Sommo Poeta, che si affidò a Virgilio per addentrarsi nel proprio Inferno personale, in questi momenti di grande sofferenza può accadere di voler ricorrere a un aiuto terapeutico. Tuttavia scegliere un professionista a cui affidarsi non è per niente facile.
Nello stesso scenario, tanto per cominciare, operano due professionisti molto diversi (ma, come vedremo, complementari), e cioè lo psichiatra e lo psicologo-psicoterapeuta. E, tra gli psicoterapeuti, le differenze possono essere molto rilevanti: basti pensare che alla fine degli anni ’80 si contavano già più di 460 modelli psicoterapeutici differenti.
Come fare, dunque, a orientarsi di fronte a un’offerta così ricca e articolata?

Psichiatra vs Psicoterapeuta
Cominciamo con il distinguere psichiatra e psicoterapeuta, le due figure che si occupano di comprendere e curari i disagi psichici, partendo però da punti di osservazione differenti. Lo psichiatra ha una formazione prevalentemente medica, e dunque si concentra su eventuali disfunzioni organiche che potrebbero essere all’origine del disagio lamentato. Lo psicoterapeuta ha una formazione prevalentemente psicologica e dunque si concentra sulla comprensione del problema all’interno della vita della persona, del suo significato e dei possibili motivi per cui proprio quella persona soffre di quella situazione in quel momento. Già la diversità di questi approcci può orientare una persona a preferire un’ottica “biologista”, che apre a una eventuale cura farmacologica, oppure un’ottica “esistenziale”, che apre a una cura psicoterapeutica, per quanto le due strade non si escludano affatto, e anzi permettano di ottenere i migliori risultati se congiunte. Proprio grazie alla diversa formazione, infatti, psichiatra e psicoterapeuta possono collaborare per avere una visione più completa del malessere portato dalla persona e decidere insieme le strategie migliori di intervento.
Tuttavia la scelta non è solo tra psichiatra e psicoterapeuta, poiché ogni specialista è diverso dall’altro. Riguardo agli psichiatri, se è vero che il loro percorso formativo è univoco (sei anni di medicina e 4 anni di specializzazione in psichiatria), è vero anche che ogni specialista può avere i propri ambiti di interesse e aver approfondito argomenti specifici. Inoltre esistono molte “scuole di pensiero” che privilegiano, per esempio, la monoterapia o l’associazione di più farmaci.
Ancora maggiori sono le differenze tra uno psicoterapeuta e l’altro, poiché la loro formazione è molto variegata: dopo la laurea in psicologia (5 anni) e un tirocinio della durata di un anno, per diventare psicoterapeuti ci si iscrive a una delle innumerevoli scuole riconosciute dal MIUR per la formazione alla professione, della durata minima di 4 anni. Scuole che possono essere anche molto diverse tra loro.

Tante psicoterapie
È possibile formarsi come terapeuti analitici e dinamici, approcci che danno ampio respiro a tutta la storia di vita della persona al fine di comprendere il presente alla luce del passato. Chi sceglie questo approccio dà molta ’importanza alla relazione tra l’analista e il paziente, che rappresenta tanto la cornice entro cui si svolge il percorso analitico quanto uno strumento stesso del processo, poiché è verosimile che nella relazione con il proprio terapeuta la persona sperimenti le stesse dinamiche che, nella vita reale fuori della stanza d’analisi, sono fonte di confusione o sofferenza. Paziente e terapeuta potranno cioè riflettere insieme su ciò che accade nel “qui e ora” del loro rapporto connettendolo ad altri ambiti della vita della persona, presenti e passati.
Modelli terapeutici che pongono grande attenzione alla relazione e al suo significato rispetto allo sviluppo del carattere sono anche quello dell’analisi transazionale (Eric Berne), quello dell’analisi della relazione (Steven Mitchell) e quello sistemico-relazionale/familiare, che vede il paziente come membro di un sistema (per esempio la sua famiglia) e come portatore di un disagio interno a questo sistema piuttosto che suo personale. Modelli come questi favoriscono l’introspezione e la riflessione sul proprio disagio con l’obiettivo di restituire senso al proprio problema e di recuperare dentro di sé le risorse per risolverlo.
Approcci di stampo diverso sono quelli cognitivi, che pongono l’attenzione sulla capacità degli esseri umani di elaborare le informazioni provenienti da se stessi e dal mondo al fine di orientare le proprie azioni (Aaron Beck). Recentemente questi modelli si sono avvicinati al modello costruttivista (George Kelly), secondo cui la nostra capacità di elaborazione è orientata dalle nostre premesse (i “costrutti” personali) su noi stessi e sul mondo, e hanno dato avvio a una seconda generazione di modelli cognitivi che, spesso, si accompagnano a modelli comportamentali, che pongono attenzione ai comportamenti messi in atto in conseguenza a determinati stimoli. Queste terapie sono chiamate cognitivo-comportamentali e si concentrano prevalentemente sul problema portato dal paziente e sulla sua risoluzione mediante la comprensione del funzionamento dei pensieri e tramite esercizi per dare modo alla persona di sperimentarsi in condizioni nuove e diverse.
Esistono poi approcci integrati come il modello breve Integrato focale (Giancarlo Zapparoli, Maria Clotilde Gislon), in cui vari modelli concorrono per progettare l’intervento più adatto a quella persona in quel momento, modelli che possono essere utilizzati singolarmente o in integrazione a seconda delle necessità del paziente.

I dati scientifici
Non tutti i modelli psicoterapeutici hanno prove scientifiche che li supportano: esistono buoni dati per i modelli cognitivi standard e di nuova generazione, qualche dato rispetto agli approcci analitici ma poco o niente sul resto. Tuttavia, non aver dimostrato che una terapia funzioni non significa che questa non sia valida: studiare gli approcci terapeutici con i criteri scientifici classici non è affatto semplice, soprattutto per le terapie analitiche e dinamiche, in cui non esistono protocolli clinici standardizzabili. E infatti molte persone seguono terapie che non godono ancora di supporto scientifico e ne traggono un buon beneficio.
Esistono linee guida che suggeriscono alcune terapie per alcune specifiche situazioni (per esempio quelle fornite dall’ American Psychiatric Association), tuttavia sono basate su diagnosi che rappresentano una semplificazione, e non colgono la variabilità esistente fra un paziente e l’altro: ogni persona è ben più articolata di un problema e non è riducibile ai segni che compongono il suo disagio.
Come messo in evidenza da rassegne di studi e ricerche sulle psicoterapie, sarebbe importante che la scelta di un approccio fosse fondata sulla comprensione di tutte quelle caratteristiche individuali che rendono una persona quella che è, comprensione che possa rispondere alla domanda (formulata negli anni ‘60 ma ancora aperta): “quale trattamento, fatto da chi, è più efficace per questo individuo con questo specifico problema, in queste particolari circostanze?
Numerosi studi hanno inoltre dimostrato l’importanza di fattori trasversali ai vari approcci come la relazione con il proprio terapeuta. Un percorso psicoterapeutico, qualsiasi siano i presupposti teorici, è soprattutto una relazione di fiducia e di ascolto. Teorie e dati di ricerca concordano sul fatto che il rapporto con una figura comprensiva attivi una serie di risorse relazionali che hanno un effetto terapeutico indipendentemente dai contenuti, sebbene altre variabili legate alla relazione, quali la fiducia nelle capacità del proprio terapeuta di comprendere la propria esperienza, siano risultate più correlate agli esiti del trattamento.
L’efficacia di un percorso psicoterapeutico è cioè l’esito di un insieme di variabili fra cui il modello di intervento (che può essere più o meno adatto alla persona), le aspettative personali (non sempre consapevoli), ma soprattutto la propria esperienza con quel terapeuta in quel momento.

Le fasi del percorso
Ma che cosa ci si deve aspettare quando si chiede aiuto? Un primo colloquio con il terapeuta può essere il punto di partenza per rispondere a questa domanda: l’incontro può offrire accoglienza, ascolto e comprensione e può essere il contesto ideale per chiedere spiegazioni e informazioni. A volte potrebbero essere utili ulteriori incontri di approfondimento proprio perché è solo sulla base di una adeguata comprensione della persona e del problema portato che è possibile fornire, a chi la richiede, una proposta di terapia “su misura” per lui. È inoltre importante che il progetto di terapia sia condiviso con la persona anche nei suoi aspetti pratici e concreti, in modo che questi possa fornire il suo consenso informato alla terapia. Inoltre, terapeuta e paziente possono definire insieme gli obiettivi del percorso e le modalità della sua realizzazione attraverso la formulazione di un “contratto terapeutico”, che può anche essere modificato in corso d’opera se, come spesso accade, durante la terapia dovessero emergere elementi nuovi.  
In conclusione: come scegliere la cura?
In uno scenario così vasto e complesso, per fare una scelta è importante quindi tenere presenti:

  1. Le proprie preferenze: è possibile scegliere una strada che si riconosce nelle proprie corde, se si è avuto modo di documentarsi e approfondire la conoscenza di una tematica così complessa. Inoltre ci sono persone che si sentono più affini a un certo tipo di professionista (per esempio al medico o allo psicologo). Le stesse linee guida suggeriscono che il paziente partecipi alla scelta del tipo di terapia esprimendo la proprie preferenze, i propri dubbi e le proprie ansie a riguardo. Chi si sente più rassicurato dalle prove scientifiche dovrebbe scegliere i metodi che hanno evidenze più solide: la terapia cognitivo-comportamentale e la farmacoterapia in primis.
  2. Le caratteristiche personali: persone più inclini all’introspezione potrebbero essere adatte a un percorso analitico, per chi si sente disposto verso un lavoro strutturato e operativo potrebbero prestarsi molto bene gli approcci cognitivo-comportamentali. Le variabili che definiscono una data predisposizione sono molte e oggi inizia a esistere una solida letteratura scientifica a riguardo.
  3. Le tempistiche: oggi sono disponibili approcci che lavorano entro tempi brevi dove possibile (dove cioè il disagio sia circoscrivibile a un sintomo o a un problema principale), come quello cognitivo-comportamentale, quello breve focale e quello dinamico breve, oppure le terapie farmacologiche, con la possibilità di abbinarle a una psicoterapia.
  4. Le caratteristiche del disturbo: esistono forme di disagio molto invalidanti (per esempio le fobie) per cui esistono protocolli specifici all’interno dei percorsi cognitivo-comportamentali che permettono di solito una remissione in tempi rapidi; oppure situazioni molto complesse (come alcuni disturbi della personalità) che richiedono metodiche specifiche e particolari, per cui sarebbe importante scegliere una struttura che offra tali possibilità terapeutiche.

Utilizzare sapientemente questi quattro punti produce la scelta di una vera e propria terapia personalizzata, un abito fatto su misura. Tuttavia, nella gran parte dei casi, una persona con un disagio psichico non ha un’idea precisa riguardo al tipo di specialista a cui rivolgersi, né ha il tempo o il desiderio di approfondire le differenze per decidere da solo quale strada prendere. Che fare allora?
Esistono centri (ancora pochi, per la verità) che mettono la persona nelle condizioni di scegliere con consapevolezza. Che non sposano cioè una teoria piuttosto che un’altra (diffidare sempre di chi dice “il mio metodo è il migliore”), ma accolgono specialisti di orientamento e formazione diversa favorendo il confronto e l’integrazione dei differenti approcci. Un primo colloquio con uno specialista di una struttura di questo tipo può aiutare la persona a districarsi in questo ventaglio di possibilità, e supportarla nello scegliere il percorso più adatto a lei.