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Razzismo, le strategie per affrontarlo

Razzismo, le differenti strategie di “coping” messe in campo per affrontare le discriminazioni

Incontra uno psicologo
Razzismo, le strategie per affrontarlo

Gli scontri tra polizia e afro-americani hanno riportato l’attenzione sulle differenti strategie di “coping” messe in campo per affrontare le discriminazioni razziali. È utile conoscerle, poiché gli episodi di razzismo riguardano sempre di più anche l’Italia

Negli ultimi mesi la cronaca si è spesso occupata degli scontri fra persone di colore e poliziotti negli Stati Uniti. A luglio l’uccisione di due neri da parte della polizia locale ha riaperto la ferita, mai chiusa, della discriminazione razziale subita dalle comunità afro-americane. Gli episodi, e i dettagli anche macabri che sono emersi attraverso i media, hanno riportato all’attenzione le difficoltà che le persone di colore incontrano ogni giorno nell’affrontare gli episodi ricorrenti di razzismo. Episodi che minano l’integrità fisica e psichica delle vittime, accompagnandosi a varie conseguenze, anche gravi, sia sul piano individuale che sociale. Riteniamo che le riflessioni che stanno emergendo Oltreoceano siano utili anche in Italia, dove le recenti migrazioni di massa stanno alimentando i pregiudizi verso lo “straniero”, anche a partire dal colore della pelle, e provocando ripetuti episodi di discriminazione razziale.

Perché l’uomo è razzista

Ma come mai abbiamo bisogno di sentirci superiori nei confronti del diverso? In altre parole: perché tendiamo al razzismo? Diverso spesso è uguale a ignoto, e l’ignoto, o il non ben conosciuto, fa paura, generando una batteria di emozioni e di sentimenti negativi, come l’ansia e il senso di insicurezza dovuto alla messa in discussione della propria identità (la bassa autostima si enfatizza davanti al diverso). Inoltre il bisogno di appartenenza a un gruppo può portare a identificare il diverso come fuori dal confine, un meccanismo che serve a consolidare la propria appartenenza e il proprio ruolo nel gruppo.

La parola chiave è paura: le reazioni alla paura possono essere la fuga dalla minaccia, ma anche l’attacco, che è il file rouge delle discriminazioni razziali.

Questione di “coping”

La discriminazione, specialmente quando messa in atto in maniera continua, ha conseguenze sulla salute fisica e mentale di chi la riceve che vanno dall’ansia, alla depressione, alle reazioni traumatiche, fino a vere e proprie psicosi che possono condurre a comportamenti pericolosi per sé e per gli altri.

Fortunatamente non è detto che chi subisce comportamenti discriminatori o aggressivi sviluppi poi una malattia psichiatrica. La differenza sta nelle strategie di “coping” che vengono messe in campo, cioè dal modo in cui la persona fronteggia i fattori di stress.

Il termine “coping”, introdotto in psicologia nel 1966 dallo scienziato americano Richard Lazarus, può essere tradotto in italiano con termini come “fronteggiamento”, “gestione attiva”, “risposta efficace”, “capacità di risolvere i problemi”, e indica l’insieme di strategie messe in atto per far fronte a una situazione stressante. Il concetto si riferisce sia a quello che una persona fa effettivamente per affrontare una situazione difficile, sia al modo in cui si adatta emotivamente a tale situazione. Nel primo caso si parla di Problem-focused coping, o coping attivo, che consiste nel tentativo di modificare o risolvere la situazione che sta minacciando o danneggiando l’individuo; nel secondo si parla invece di Emotion-focused coping, o coping passivo, che consiste nella regolazione delle reazioni emotive negative conseguenti alla situazione stressante.

La strategie buone

La psicologia positiva, che si occupa del benessere delle persone, ha individuato nella risposta proattiva la strategia più efficace. Recenti studi, compiuti all’Università di Louisville al Centro per le disparità nell’ambito della salute mentale, hanno dimostrato come gli afro-americani usino normalmente questo tipo di strategie per mantenere l’autocontrollo di fronte all’ostilità razziale. Per esempio:

  • la riserva di giudizio su chi si è mostrato aggressivo o insensibile, fino a quando non saranno ottenute ulteriori informazioni;
  • un atteggiamento positivo;
  • un forte autocontrollo per evitare reazioni impulsive;
  • l’utilizzo di informazioni personali per incoraggiare chi ha un atteggiamento discriminante a considerare la persona che attaccano più simile a sé piuttosto che rientrante nello stereotipo negativo che ha in mente, e per indagare quanto i loro pregiudizi razziali siano stabili.

Come è ovvio, queste risposte “proattive” non sono sufficienti a prevenire la discriminazione razziale, né possono sempre mitigare lo stress emotivo provato da chi subisce un episodio di razzismo. Anche per questo ulteriori strategie di “coping” includono:

  • la ricerca di un supporto sociale all’interno della comunità (come il supporto familiare);
  • pratiche di conforto religioso spirituale (preghiere);
  • l’impegno in attività piacevoli;
  • la partecipazione ad attività rilassanti e riposanti;
  • la partecipazione a iniziative collettive (come le molteplici manifestazioni di pace che si sono svolte negli Stati Uniti).

Le strategie deleterie

Purtroppo, talvolta lo stress emotivo causato dal razzismo conduce a utilizzare strategie non efficaci, come la chiusura, il ricorso all’uso di sostanze stupefacenti, la colpevolizzazione (e in casi estremi il suicidio), l’utilizzo alla violenza e il ricorso al terrorismo. Queste risposte, lungi dal fornire un aiuto alle vittime di razzismo, hanno conseguenze negative durature sia per le vittime dirette che per quelle indirette.

Per chi viene inghiottito all’interno di questo modello distruttivo è molto difficile comprendere che le strategie adattive positive (le risposte proattive) potrebbero permettergli di raggiungere un miglior benessere e di perseguire i propri obiettivi personali. In questi casi, un aiuto professionale potrebbe quindi avere un ruolo fondamentale.

Che cosa fare

Far fronte al razzismo è un compito difficile, specialmente quando in molti tendono a negarlo o a minimizzarne l’importanza. Quello che va certamente evitato, non solo per chi è direttamente coinvolto ma anche e soprattutto per chi viene in contatto con le vittime, per esempio per ragioni professionali, è sopportare silenziosamente l’ingiustizia razziale o far finta che sia ormai superata. I tragici episodi avvenuti in America negli ultimi mesi dimostrano che la minaccia del razzismo è sempre incombente anche dove da decenni si mettono in atto strategie per contenerla. Non facciamoci trovare impreparati.