Psicopatologia

Stigma: perché la malattia mentale fa paura?

Si chiama stigma il pregiudizio nei confronti di chi soffre di un disturbo psichico e che porta spesso la comunità a etichettare il malato come "matto".

Incontra uno psicologo
Stigma: perché la malattia mentale fa paura?

Si chiama “stigma” il pregiudizio diffuso nei confronti di chi soffre di un disturbo psichico, che porta a etichettare il malato come “matto” e a considerarlo una persona di serie B. Superarlo permetterebbe ai malati di accedere prima e meglio alle cure, ma a giovarne sarebbe l’intera società.

Almeno una persona su quattro sperimenta nel corso della vita una malattia mentale. Questo significa che chi sta leggendo con ogni probabilità ha a che fare quotidianamente, in famiglia o sul lavoro, con qualcuno che ne soffre, oppure ne soffre egli stesso (o ne ha sofferto o ne soffrirà). Se tutti prima o poi nella vita ci imbattiamo nella sofferenza psichica, perché questo argomento è ancora tabù? Come mai chi ne è toccato personalmente di solito non ne parla, come se si trattasse di qualcosa da nascondere o di cui vergognarsi? Questo fenomeno ha un nome: si chiama “stigma”, una parola di origine greca che significa “marchio”, quello che nell’antichità serviva a distinguere i padroni dagli schiavi. Oggi questo termine indica un tratto discreditante, socialmente disapprovato, che declassa a “individuo di serie B”. Nella percezione diffusa, soffrire di una patologia della mente equivale a essere una persona che vale meno degli altri.

Le cause

Ma perché tendiamo a stigmatizzare la malattia mentale? Alla base c’è un mix di tre fattori, tra loro concatenati: la mancanza di conoscenza, i pregiudizi e l’emarginazione dei malati.
1) Mancanza di conoscenza. Sui disturbi mentali ancora si sa molto poco. Nonostante i grandi investimenti nella ricerca (uno su tutti: il progetto Brain, per il quale l’ex presidente USA Barack Obama ha stanziato oltre 300 milioni di dollari all’anno, allo scopo di “mappare” il cervello umano), tuttora non esistono marcatori biologici che permettano di individuare con certezza una malattia mentale o di quantificare il rischio di svilupparla, così come avviene per altre patologie come il diabete o l’infarto cardiaco. Le diagnosi sono basate solo su aspetti del comportamento, valutati soggettivamente dagli specialisti. Tanto è vero che in psichiatria non esistono vere e proprie malattie, come nelle altre branche della medicina, ma “sindromi”, cioè costellazioni di sintomi che si presentano insieme, a cui non corrisponde però alcun danno anatomico o fisiologico riconoscibile.
Per esempio, chi è vittima di deliri e di allucinazioni (è cioè convinto di cose non vere o percepisce voci inesistenti) è definito “psicotico”. Chi invece ha un disturbo mentale ma resta comunque calato nella realtà è definito “nevrotico”. Ma la differenza tra psicosi e nevrosi non è mai così chiara, tanto che alcuni disturbi sono definiti “borderline”, cioè di confine. Inoltre ci sono alcune condizioni tipicamente nevrotiche, come la depressione, che non di rado si accompagnano a deliri di rovina e di morte (cioè alla convinzione delirante di essere un fallito o di essere destinato a terribili sciagure).
2) Pregiudizi. La mancanza di conoscenze chiare favorisce l’affermarsi di idee distorte e pregiudizi, purtoppo alimentati dai mezzi di informazione. I media, generalmente, evitano di parlare di malattia mentale, perché lo ritengono un argomento disturbante che allontana i lettori. Oppure ne parlano solo in relazione a fatti di cronaca nera: “Ha ucciso perché depresso”, “Ha avuto un raptus di follia”, “Era in cura con psicofarmaci”. Secondo un’indagine inglese del 1996, il 66 per cento delle malattie mentali rappresentate in Tv è associato alla violenza. Il che porta a pensare che chi soffre di un disturbo psichico sia una persona da evitare, potenzialmente pericolosa, quando in realtà i crimini sono eventi sporadici rispetto alla moltitudine di persone che soffre di un malessere mentale.
l risultati di questa cattiva informazione è che le persone tendono a pensare che i disturbi psichici siano qualcosa di cui ci si debba vergognare, che segnano per sempre e che per curarli si possa fare ben poco. Di solito li inseriscono in un unico grande calderone cui assegnano l’etichetta di “follia” o “pazzia”. E mentre nessuno soffre di un calo di autostima se scopre di avere la glicemia alta o subisce un intervento di bypass coronarico, tutt’altra reazione ha di fronte a una diagnosi psichiatrica. Se è la mente che non funziona, il timore è quello di varcare la soglia misteriosa che divide i sani dai “matti”. C’è infatti un altro pregiudizio diffuso, quello secondo cui i malati mentali siano in qualche modo responsabili del loro disturbo: potrebbero controllarlo e invece vi si arrendono in quanto troppo deboli per resistervi. Così, mentre è normale provare compassione e solidarietà per un malato di cancro, viene percepito altrettanto normale provare diffidenza, rabbia o fastidio per un malato di schizofrenia o di depressione. Non di rado, anzi, espressioni quali “malato mentale”, “psicopatico” o “schizofrenico” vengono usate alla stregua di insulti. 
Un altro pregiudizio è quello dell’incurabilità: esistono invece molti strumenti efficaci, sia farmacologici sia psicoterapeutici, che permettono di recuperare parte o tutte le proprie capacità sociali e intellettive. E le cure hanno tanto più successo quanto più è precoce la diagnosi. Un rischio che non va sottovalutato, infatti, sono le ricadute: ogni volta che una crisi depressiva o psicotica si ripresenta, il cervello subisce un danno, esattamente come un cuore che va incontro a diversi infarti. Purtroppo, a causa dello stigma, una persona che soffre di un disturbo mentale decide di ricorrere alle cure dopo diversi anni dall’esordio dei sintomi (in media 8 per i disturbi dell’umore, 9 per i disturbi d’ansia), perdendo così del tempo prezioso.
3) Emarginazione. Se si considerasse il malato mentale come un malato qualsiasi, si accetterebbe il concetto di cura e di soccorso, ma così non avviene: a causa dello stigma chi soffre di un disturbo psichico viene spesso isolato. Che l’isolamento sociale e la segregazione non abbia alcun beneficio per i malati, e anzi aggravi la patologia, è un fatto ben noto, ben presente a chi nel 1978 ha approvato la famosa legge 180, detta anche “legge Basaglia” dal nome dello psichiatra veneziano che la promosse. Questa legge, ancora in vigore, aboliva i manicomi e vietava di aprirne di nuovi: al loro posto doveva essere creata una rete di centri ambulatoriali, mentre i malati avrebbero dovuto essere progressivamente integrati nella società. A impedire la sua reale applicazione resta lo stigma: poiché la società non è preparata ad accogliere i malati più gravi, è in genere la famiglia a farsi carico di loro, spesso senza alcun supporto sociale.

Le soluzioni

È dimostrato che abbandonare i pregiudizi e guardare alla malattia mentale per quello che è – e cioè una malattia come un’altra, meno grave di tante altre anche perché curabile, e associata a risorse ancora non del tutto esplorate – ne cambia notevolmente la prognosi. Lo dimostra il fatto che in Paesi come l’India, la Cina o il Ghana, in cui la malattia mentale ha una connotazione positiva (è vista cioè come una fase della vita, in cui la mente lavora in modo diverso, talvolta con maggiore creatività), le conseguenze sono meno gravi. Una ricerca recente dell’Università di Stanford ha dimostrato come in questi Paesi le persone schizofreniche con allucinazioni uditive quasi mai sentono “voci” persecutorie: più spesso a parlare nella loro testa è un amico, un parente o una divinità che dispensa consigli. Alla base di questa differenza c’è forse il fatto che le culture occidentali sono più individualiste e indipendenti, mentre quelle orientali e africane hanno una maggior propensione ai rapporti sociali. Parimenti nei Paesi occidentali – dove è ancora diffuso lo stereotipo dello psicotico cronico, chiuso nel suo modo e irraggiungibile – la schizofrenia tende a essere più grave.

Ma come modificare la percezione della malattia mentale? Ecco alcune possibilità.
1) Parlarne liberamente. “I malati dovrebbero smettere di nascondersi, in particolare chi occupa una posizione tale da influenzare le opinioni altrui, come i medici, gli avvocati o i politici” dice la psichiatra Kay Redfield Jamison, che oltre a essere tra i massimi esperti al mondo di disturbo bipolare, è affetta dalla malattia. Oltre a lei, a dichiarare la propria malattia sono stati almeno altri due illustri psicologi: Marsha Linhean, psicologa americana che ha messo a punto uno dei trattamenti più efficaci contro il disturbo borderline della personalità (la terapia dialettico-comportamentale, o DBT), e che ha sofferto essa stessa del disturbo; così come lo psicologo Peter Chadwick, malato di schizofrenia. Quest’ultimo in particolare è impegnato in una crociata per restituire dignità alla sua condizione, la più bistrattata e temuta delle malattie mentali.
2) Riconoscere le risorse. Per Peter Chadwick la schizofrenia, e più in generale le psicosi, amplificano la creatività, la sensibilità sociale e l’empatia. La “pazzia”, cioè, non è irrimediabilmente terribile: a volte è tragica, frustrante o noiosa, altre volte è straordinaria e feconda, e può fornire contributi importanti alla società.
Del resto ci sono alcuni esempi, culturalmente lontani da noi, che hanno già percorso questa strada. Tra i nativi americani, nella tribù dei Lakota, le persone che hanno comportamenti bizzarri e allucinazioni persecutorie (i “sognatori del tuono”) vengono individuate dai capi spirituali e destinati all’impegnativo ruolo di Heyoka (che in lingua lakota vuol dire “contrario”), cioè esortati a continuare a comportarsi contro il buon senso: ovvero a ridere in situazioni tragiche, a denudarsi quando fa freddo, a disturbare i rituali della tribù. Agendo in modo anticonvenzionale, violando sistematicamente le regole, dicendo cose che non si possono dire, aiutano gli altri ad “aprire la mente”, li mettono di fronte alle proprie debolezze e paure, mostrano strade e punti di vista diversi da quelli consueti. In Russia, invece, esistono ancora oggi i “folli in Cristo”, ovvero asceti o monaci che si aggirano per le città vestiti di stracci, e dormono all’aperto o nelle case di chi offre loro ospitalità. Ritenuti portatori di capacità uniche e particolari, sono trattati con profondo rispetto, talvolta anche venerati.
3) Cambiare le parole. In alcuni Paesi si sta provando a cambiare nome ai disturbi più temuti. In Giappone dal 2002 la parola schizofrenia è stata ufficialmente sostituita da “disturbo dell’integrazione”: da allora l’argomento è stato affrontato più facilmente sia dai medici che dai pazienti, con il risultato che le diagnosi sono diventate più precoci, e quindi i trattamenti molto più efficaci. A dimostrazione che a volte può bastare davvero poco per facilitare l’accesso alle cure, migliorando la vita dei singoli e dell’intera società.

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