Trauma

Bambini soldato: chi restituirà loro l’infanzia rubata?

Sono almeno 300 mila i bambini soldato nel mondo a cui viene negata l’infanzia e che rischiano di non riprendersela mai più.

Incontra uno psicologo
Bambini soldato: chi restituirà loro l’infanzia rubata?

Sono almeno 300.000 i minori che, in varie parti del mondo, vengono coinvolti nelle guerre dai grandi. È il dramma dei “bambini soldato” o “bambini di piombo”, a cui viene negata l’infanzia e che rischiano di non riprendersela mai più.

L’infanzia dovrebbe essere un periodo di gioco, meraviglia, spensieratezza e felicità. Di solito è questo che i genitori vorrebbero per i propri figli, ed è per questo che sono premurosi nell’accudirli e pronti a difenderli dai pericoli in cui possono incorrere, diventando per loro una guida nella scoperta di ciò che li circonda. Se tutto va bene, come ha spiegato lo psicoanalista inglese John Bowlby con la sua teoria dell’attaccamento, i genitori (e, più in generale, chi si prende cura del bambino) diventano una “base sicura” su cui i bambini possono poggiare con fiducia, contando sulla loro protezione e sul loro accudimento, e grazie alla quale potranno apprendere norme e valori su cui costruiranno il loro percorso di vita.
Purtroppo questo non accade a tutti i bambini. Per alcuni di loro, infatti, i giochi sono le atrocità degli adulti come il contrabbando, le armi, la droga e persino la guerra. Una feroce finzione che diventa presto cruda realtà, sotto gli occhi di figure di riferimento che, invece che incarnare affidabilità e sicurezza, espongono i bambini al pericolo e alla minaccia. Questa condizione traumatica priva questi bambini della possibilità di sperimentare una cura e una vicinanza autentiche, necessarie per formare solidi valori personali e sociali. Sono i cosiddetti “bambini soldato” o “bambini di piombo”: per loro non c’è spazio né tempo per l’infanzia, viene loro imposto di diventare subito grandi. Vittime che diventano carnefici. Del resto chiamarli bambini-soldato è di per sé un ossimoro.

Sempre più piccoli
LUNICEF definisce bambini soldato le persone al di sotto dei 18 anni di età, che fanno parte di qualunque forza armata o gruppo armato, regolare o irregolare che sia, a qualsiasi titolo  e includendo anche le ragazze reclutate per fini sessuali e per matrimoni forzati. Amnesty International conta (al 2013) circa 300.000 minori coinvolti nei conflitti in atto in più di 30 paesi nel mondo. Vengono arruolati come combattenti, messaggeri, spie, facchini e cuochi. Hanno dai 15 a 18 anni ma ci sono reclute anche al di sotto dei 10 anni, ed emerge una tendenza a un ulteriore abbassamento dell’età. Tra questi, alcuni bambini sono regolarmente reclutati negli eserciti del loro Stato, altri fanno parte di armate di opposizione ai governi. Tra i continenti più coinvolti dal fenomeno ci sono Africa, Asia e America ma anche Europa. Contrariamente al pensiero comune, infatti, non ci sono bambini soldato solo in Sierra Leone, Congo, Colombia, Israele, Iraq, Afghanistan, ma anche in paesi occidentali come Stati Uniti, Germania o Francia. I bambini soldato costano poco, motivo per cui vengono usati dalle super potenze occidentali per le loro guerre “di pace”. Non sembra dunque esistere Paese che rispetti la Convenzione sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza, approvata nel 1989 dall’Assemblea delle Nazioni Unite. In questa occasione si stabilì che nessun bambino al di sotto dei 15 anni potesse essere arruolato nelle forze armate.

L’affiliazione
Come vengono “arruolati” questi bambini? Alcuni di loro si offrono volontari per fuggire all’indigenza delle loro famiglie d’origine, altri vengono rapiti da militari e ribelli, altri ancora venduti come una qualsiasi altra merce. I bambini, per loro natura, si affidano agli adulti: si rivolgono dunque a queste nuove figure di riferimento seguendo l’illusione di aver trovato persone che li accolgono e con le quali sentirsi al sicuro. In realtà chi li arruola approfitta di questo loro bisogno di dipendenza per indottrinarli alla spregiudicatezza e all’estremismo. Così questi bambini, avendo come unici modelli adulti intenti a sfruttarli, finiscono con l’interiorizzare valori disumani e criminali.
I bambini soldato vengono drogati contro paura e dolore, sottoposti a riti iniziatici, istruiti alla guerra e all’uso di munizioni, all’essere spietati e al sentirsi invincibili (questo tipo di indottrinamento alla violenza è ben descritto dallo scrittore algerino Yasmina Khadra – pseudonimo di Mohamed Moulessehoul – nel libro L’attentato). Così, da semplici bambini, diventano vere e proprie armi di distruzione di massa. Brandiscono kalashnikov più grandi di loro, corrono sui campi minati, si insinuano rapidi e indisturbati in luoghi diventati inaccessibili per un adulto. Questi plotoni in miniatura uccidono e rubano, diventando così strumenti preziosi per ogni rivolta. I piccoli soldati risultano cioè utilissimi: servono a combattere le guerre più dei grandi.

Le bambine
Anche le ragazze vengono reclutate, seppure in misura minore, spesso per prestare servizi sessuali. È il caso di Mélida, catturata a 9 anni dai guerrillas delle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (FARC). In ostaggio per 7 anni dai ribelli, mentre la sua famiglia la credeva morta, Mélida è diventata l’amante di un comandante quarantenne. All’età di 16 anni, quest’ultimo le ha permesso di ritornare per una breve visita nel suo villaggio, portando con sé granata e pistola, ma solo il nonno l’ha riconosciuta grazie a una cicatrice che aveva sul viso. Il giorno dopo il suo arrivo, il padre l’ha venduta ai militari governativi in cambio di una moto. Mélida oggi ha 20 anni ed è in un campo riabilitativo: ogni tanto pensa ancora di ritornare tra i guerillas considerando la sua vita attuale troppo dura.

In Italia
Tutto questo non accade solo all’altro capo del mondo ma anche in Italia. I minori coinvolti nelle organizzazioni mafiose combattono guerre in apparenza meno evidenti e più silenti ma altrettanto cruente. Sottoposti anche loro a riti iniziatici, compiono reati per dare prova del loro valore e si distinguono dai loro coetanei all’estero rivendicando il codice d’onore delle loro famiglie di appartenenza. Non vengono drogati per essere arruolati, più sovente accedono a queste organizzazioni diventando spacciatori, servendo ancora una volta gli interessi di coloro che in realtà dovrebbero tutelarli. Nonostante combattano in trincee culturalmente diverse, anche i minori italiani sono vittime del medesimo degrado sociale, con gli stessi orribili traumi.

Recupero difficile (ma non impossibile)
Pur essendo inseriti in programmi riabilitativi e protagonisti di accordi tra i governi, i bambini soldato faticano a seguirli. Questi bambini portano con sé non solo malattie fisiche ma anche ferite psicologiche profonde. Commettere atrocità in prima persona o essere testimoni di scenari crudeli porta loro ad avere gravi conseguenze: difficoltà al riadattamento, incubi ricorrenti, attacchi di aggressività incontrollata, rabbia improvvisa.
Frequenti sono anche i problemi connessi con l’ambiente sociale in cui vengono reinseriti. Alcuni dei bambini soldato che sopravvivono alla guerra e tornano a casa hanno difficoltà a reinserirsi in famiglia, a intraprendere nuove relazioni, a riprendere gli studi o il lavoro. Le forze armate che hanno forgiato la loro identità, anche se da criminali e autori di reato, diventano per loro un punto di riferimento, un clan paradossalmente sicuro dove sentirsi qualcuno. Ne abbracciano l’ideologia, la cultura, l’odio, rimanendo segnati in maniera indelebile dai traumi subiti. Intrappolati in un contesto di povertà e in dinamiche che annientano anche l’ultimo residuo di umanità, trovano gli unici valori possibili nelle piccole e grandi guerre di cui diventano parte, e a cui spesso cercano di ritornare.
Tuttavia c’è anche chi si ribella e fugge, come Polline, che non tollerava tutto questo orrore e che è riuscita a cambiare il proprio destino, dimostrando che un’altra vita è possibile, nonostante tutto e tutti. Polline è stata una bambina soldato dell’Uganda, catturata all’età di 12 anni per diventare moglie del capo dei ribelli. A 16 anni è rimasta incinta ma a seguito di gravi complicanze della gravidanza (che hanno reso necessario l’aborto) è stata ricoverata in un ospedale in Kenya da cui è riuscita a scappare per tornare dalla sua famiglia. Lì ha trovato solo un “materasso per dormire e un lenzuolo per non avere freddo”. Polline ha trovato la salvezza nell’istruzione che le ha dato War Child (una delle organizzazioni nate a tutela di questi bambini), ma anche grazie alla sua determinazione nel voler condividere la sua esperienza dolorosa.

E quindi, che fare?
Per aiutare i bambini soldato con un passato di questo tipo, servono terapie riabilitative di lunga durata in grado di far loro ritrovare l’equilibrio perduto. Il punto fondamentale è permettere loro di ritrovare la capacità di individuare elementi positivi nella loro vita. Bisogna reinsegnargli a giocare, a sognare e a ritrovare il senso delle emozioni e dell’amore.
Per combattere il fenomeno nei paesi d’origine occorrerebbe puntare al miglioramento delle loro condizioni di vita da un punto di vista educativo, culturale e di recupero sociale sia dei bambini stessi che delle loro figure di riferimento. L’arma principe per fronteggiare questo fenomeno rimane l’istruzione, la formazione scolastica e professionale. Bisogna fornire loro strumenti mirati ad una scelta di vita basata su valori di giustizia sociale e legalità. L’UNICEF propone tre principi guida per affrontare questo fenomeno:
1) Analizzare i motivi sociali che portano al reclutamento di bambini: se sono reclutati forzatamente oppure se si uniscono “volontariamente” a gruppi armati, per sfuggire alla povertà e alla fame, per sostenere attivamente una causa o semplicemente “per moda”.
2) Dare continuità agli interventi di prevenzione e recupero: senza un sostegno duraturo da parte della comunità internazionale, i progetti di smobilitazione rischiano di essere inefficaci e puramente “di facciata”.
3) Monitorare efficacemente la situazione, per mostrare l’effettiva estensione e la gravità delle violazioni commesse.
L’obiettivo finale è quello di costringere chi colpisce, abusa o sfrutta i bambini a renderne conto.
Ciononostante, a fronte di queste misure e provvedimenti, porsi il quesito rimane legittimo: alle vittime e ai sopravvissuti chi restituirà l’infanzia rubata?