Psicoterapia

Terapia digitale: pro e contro

Negli Stati Uniti è stata lanciata Ellie, una terapeuta virtuale che interagisce col paziente. La terapia digitale sostituirà lo psicologo? O lo aiuterà?

Incontra uno psicologo
Terapia digitale: pro e contro

Negli Stati Uniti è stata lanciata Ellie, una terapeuta virtuale che interagisce con il paziente sulla base di vari parametri. Ma uno psicologo è sostituibile da un avatar? Invece che demonizzare le nuove tecnologie, vediamo come si potrebbe integrare la terapia digitale nella pratica clinica.

In psicologia si parla sempre più spesso di terapia digitale. E la cosa, forse, non sorprende: negli ultimi decenni lo sviluppo tecnologico ha comportato grandi cambiamenti nel modo di gestire le relazioni interpersonali a distanza, tanto che in breve tempo si è passati da sporadiche chiamate a pagamento a continui messaggi multimediali (voce, foto, video…) inclusi in abbonamenti a largo consumo. Ma la tecnologia è un ostacolo o un aiuto alla psiche e alle relazioni? Se da una parte c’è un giustificato allarme sulle possibili conseguenze sulla nostra salute (per esempio, sono in aumento i casi di dipendenza tecnologica, fonte spesso di profondo malessere), dall’altra si apre un mondo sconfinato di possibilità, anche terapeutiche.

Dottoressa Ellie

Recentemente negli Stati Uniti è stata lanciata Ellie, una psicoterapeuta virtuale che “fa il proprio lavoro meglio degli umani” secondo i promotori. Durante una “terapia digitale”, il paziente si interfaccia con l’avatar di una terapeuta che conduce il colloquio seduta su una poltrona, programmato in modo da ascoltare l’interlocutore, leggerne la mimica e intervenire a sua volta con contenuti predefiniti, collegati a quanto rilevato dalle parole e dalla gestualità. Va detto che l’avatar dichiara esplicitamente all’inizio dell’interazione di non essere una vera terapeuta, ma di essere uno strumento tecnologico che funziona secondo basi scientifiche: analizza infatti determinati parametri fisici e linguistici (come l’espressione del viso e i movimenti del corpo, le parole usate, il tono della voce) e, sulla base di ciò che rileva, propone contenuti psicologici educativi e strategie di comportamento che abbiano un’efficacia statisticamente dimostrata.

Tecnologia utile

Naturalmente dopo il lancio di questo prodotto le polemiche non sono mancate. Mentre c’è chi inveisce contro l’impoverimento della relazione, alimentando l’eterno e ahimè sterile scontro uomo-computer (espressione peraltro di un bisogno di competizione specificatamente umano), noi pensiamo che sia più utile chiedersi quanto sia possibile migliorare il lavoro terapeutico con l’utilizzo di strumenti di questo tipo, nell’ottica di pensare a una terapia digitale veramente umana. In primo luogo, la tecnologia può darci una grossa mano nel rilevare i parametri biologici del paziente: al giorno d’oggi piccoli sensori e semplici telecamere possono permetterci di avere una mole di dati molto utili e oggettivi. Scegliere quali dati leggere e come condividerli con il paziente, padrone effettivo di tutti quei dati, è una competenza umana, che nello strumento tecnico può trovare appoggio e trarre da esso forza e convinzione.

L’ascolto

Per quanto riguarda l’ascolto, quello di un terapeuta virtuale differisce inevitabilmente rispetto a un terapeuta reale: i fautori dell’ascolto tecnologico ne sottolineano la neutralità totale, che libera da ogni componente di giudizio, ritenuta invece intrinseca all’ascolto da parte di un interlocutore umano. Tuttavia è un principio cardine nella formazione di ogni terapeuta la sospensione del giudizio, ed è noto che nella maggior parte delle sedute terapeutiche il giudice più attivo del paziente sia il paziente stesso. Pertanto, spesso è proprio l’aspettativa di chi parla verso chi ascolta a definire la qualità dell’ascolto. Se si dà la priorità all’esposizione dei propri pensieri senza un giudizio, si otterrà maggior soddisfazione dall’interazione con un avatar; se ci si attende una soluzione per i propri problemi, potrà andar bene un coach virtuale che spiega nel modo più accattivante possibile le varie modalità di soluzione dei problemi. Se, invece, la priorità è imparare a comprendere se stessi, un ascolto non giudicante da parte di un terapeuta reale permette di vivere un’assenza di giudizio realmente umana, carica di comprensione dei vissuti narrati. Solo un terapeuta reale che accetta di comprendere il paziente e di impegnarsi con lui nel capire le sue dinamiche personali potrà inoltre definire una soluzione personalizzata: cosa che nessuna intelligenza artificiale è in grado di fare e di solito è programmata per essere “furba” al punto giusto da evitare questo compito al di fuori dalla sua portata e dagli schemi scientifici che reggono il suo funzionamento.

Integrazione

Sono le aspettative che abbiamo noi sulla terapia digitale – così come sulla tecnologia in generale – a renderla ai nostri occhi funzionale o frustrante. La tecnologia può aiutare a mettere alla prova alcune competenze anche squisitamente sociali (tecniche di colloquio, gestione dei propri stati emotivi), ma che anche il più ardito sostenitore del primato della tecnologia sa che non può applicarla in modo veramente efficace nel mondo di cui fa parte. Che, almeno per ora, è quello reale, fatto di giudizi, comprensione e crescita piuttosto che di neutralità, standardizzazione e funzionamento perfetto.

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