Professioni d'aiuto

Supervisione, una professione a parte

Secondo le linee guida, la supervisione richiede una competenza distinta da quella terapeutica e didattica. Quali caratteristiche deve avere?

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Supervisione, una professione a parte

Secondo le linee guida dell’APA, la supervisione richiede una competenza distinta da quella terapeutica e didattica. Le caratteristiche di una supervisione di qualità e le fasi in cui si svolge.

Nel percorso professionale di ogni psicoterapeuta il momento della supervisione occupa un  posto particolare. Spesso porta con sé ricordi ed emozioni legati a passaggi fondamentali della propria vita lavorativa o anche personale, segnati da lenti e faticosi apprendimenti o da sorprendenti insight, talvolta in grado di produrre azioni terapeutiche efficaci per la salute psichica del paziente. Ma cosa intendiamo quando parliamo di supervisione? Quali competenze deve avere chi svolge questo ruolo? Quali sono i requisiti di una supervisione efficace?

Le linee guide americane

Tra le diverse possibili risposte, le ricerche di Carol Falender della Pepperdine University sono particolarmente degne di nota. La studiosa, infatti, ha guidato la task force dell’APA (American Psychological Association) che, dopo due anni di lavoro, ha prodotto le attuali linee guida per la supervisione clinica nei servizi dedicati alla salute psicologica. Il contributo di Falender è pensato per ogni orientamento terapeutico e parte dall’idea che la competenza del supervisore dovrebbe costituire un dominio a sé stante, indipendente dalla competenza terapeutica o didattica. Si tratta di un concetto nuovo rispetto, per esempio, a quanto riportato nella rassegna di Edward Watkins sui contributi teorici in tema di supervisione prodotti negli anni ‘90.
Tuttavia, la concezione della competenza del supervisore come differente da quella psicoterapeutica è ancora lontana da quanto avviene nella pratica. Negli Stati Uniti, così come in Italia, sembra che quello di supervisore sia ancora un ruolo acquisito per lo più “per osmosi”: un buon terapeuta o un buon didatta possono automaticamente diventarlo.

Che cos’è la supervisione? La definizione dell’APA

Questa è la definizione proposta da Carol Falender: la supervisione è “un’attività professionale distinta, in cui l’istruzione e la formazione sono volte a sviluppare una pratica psicoterapeutica scientificamente fondata, attraverso un processo interpersonale collaborativo. La supervisione comprende le fasi di osservazione, valutazione e feedback, e facilita l’autovalutazione del supervisionato, l’acquisizione di conoscenze e competenze attraverso la formazione, il modellamento (modeling), e il problem solving reciproco.
La supervisione favorisce il riconoscimento dei punti di forza e dei talenti del supervisionato, incoraggiando l’autoefficacia. Deve essere condotta in modo competente nel quadro di uno  standard etico e legislativo. La  pratica professionale della supervisione deve essere  utilizzata per promuovere e tutelare il benessere del cliente, la professione e la società in generale”.
Secondo Falender, le componenti necessarie per  una supervisione efficace sono:

  • Il rispetto per il supervisionato e il cliente/paziente;
  • la valutazione, svolta in modo collaborativo, delle competenze del supervisionato (utilizzando l’autovalutazione del supervisionato e il feedback del supervisore), definendo obiettivi e compiti di sviluppo;  
  • la costruzione di un’alleanza di lavoro per la supervisione;
  • l’identificazione e la riparazione delle rotture dell’alleanza di lavoro;
  • la chiarezza dei ruoli e delle aspettative del supervisionato e del supervisore;
  • la valutazione, la riflessione e il miglioramento delle competenze specifiche supervisionato;
  • la costruzione collaborativa di un contratto di supervisione, che comprenda il consenso informato per quanto riguarda le aspettative reciproche, i ruoli e le responsabilità del supervisore e del supervisionato;
  • la protezione del cliente, attraverso la valutazione di idoneità di chi svolge la professione;
  • la consapevolezza della diversità di ruolo e delle identità culturali del cliente, del supervisionato e del il supervisore;
  • la riflessione sulle implicazioni delle visioni del mondo, atteggiamenti e pregiudizi nella pratica clinica;
  • la riflessione del supervisionato sul rapporto tra pratica clinica e il processo di supervisione stesso;
  • lo sviluppo delle abilità del supervisionato attraverso metodi interattivi e esperienziali (per esempio il gioco di ruolo, il modeling);
  • la promozione nel supervisionato di capacità di gestione dei fattori personali e di controtransfert e i loro risvolti sul  processo clinico;
  • risposte correttive accurate e ancorate allo sviluppo delle competenze;
  • l’osservazione diretta dal vivo o in  video di quanto avviene in psicoterapia per fornire un feedback ancorato ai comportamenti del supervisionato e ai suoi obiettivi di sviluppo delle  competenze.

Le cinque fasi della supervisione

Attraverso la definizione di questi elementi, Falender propone un modello di supervisione circolare articolato in cinque fasi:
1) Performance. Il supervisionato svolge la propria attività psicologica utilizzando parallelamente degli strumenti di autovalutazione.
2) Osservazione. Il supervisore osserva il supervisionato direttamente o indirettamente (supervisione dal vivo e/o revisione di sessioni registrate/rassegna di feedback dei clienti).
3) Riflessione. Supervisore e supervisionato individualmente e congiuntamente riflettono sulle osservazioni.
4) Feedback/Valutazione. Il supervisore incoraggia il supervisionato a svolgere l’autovalutazione della sua performance e successivamente fornisce una  valutazione  formativa. Si prende in considerazione anche la valutazione del risultato da parte del paziente.
5) Pianificazione. In questa fase avviene l’individuazione di: interventi, procedure da seguire, formazione diretta e attività di apprendimento esperienziale.

Conclusioni: quale futuro per la supervisione?

A partire da quanto esposto possiamo individuare le seguenti linee guida per l’ evoluzione della pratica della  supervisione:

  • la costruzione di percorsi formativi specifici, dedicati allo sviluppo delle competenze dei supervisori;
  • la formalizzazione dell’intervento del supervisore in termini di obiettivi da raggiungere, responsabilità e modalità di lavoro, anche attraverso la sottoscrizione esplicita di un contratto tra supervisore e supervisionato;
  • il collegamento della supervisione ai “fatti clinici” attraverso l’utilizzo di strumenti empirici in grado di misurare quanto avviene nel percorso di cura (registrazioni, applicazione di test specifici) e attraverso la verifica costante delle ricadute della supervisione sugli esiti della terapia.

Si tratta di aspetti che potranno essere sviluppati attraverso un passaggio culturale nel modo di vedere la supervisione, che andrà sempre più concepita come una competenza  integrante e ineliminabile del processo terapeutico (e non come un elemento facoltativo della propria attività clinica), utile a evitare il rischio di autoreferenzialità dello psicoterapeuta e a tutelare il benessere del cliente e del terapeuta.

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