Violenza

Figlicidio, cosa sappiamo dei genitori che uccidono i figli

Figlicidio, un gesto estremo che richiama sempre grande attenzione. Numeri, dati e verità di un gesto violento, epilogo di una genitorialità difficile.

Incontra uno psicologo
Figlicidio, cosa sappiamo dei genitori che uccidono i figli

Episodi di figlicidio si verificano raramente, ma richiamano sempre grande attenzione e molte domande. Numeri, dati e verità di un gesto estremo che può diventare l’epilogo di una maternità o una paternità difficili.

Il decesso per mano di un genitore, detto anche figlicidio, riguarda circa 5 bambini ogni 100 mila nati. Una percentuale bassa, che però richiama sempre grande attenzione da parte della stampa e dell’opinione pubblica. La ricerca scientifica si muove da anni nella direzione di comprendere più a fondo il fenomeno e definire i profili dei genitori e il contesto in cui il crimine si compie, per arrivare a predirlo e quindi evitarlo. Che cosa sappiamo quindi dei genitori che commettono figlicidio?

Differenze tra donne e uomini

Nella rappresentazione mediatica di questi episodi, le madri tendono a prendere maggior spazio rispetto ai padri. Tuttavia, la percentuale di madri che commette filgicidio è il 59 per cento del totale e il restante 41 per cento è dato da padri (39%) o patrigni (2%).

Nella maggior parte dei casi l’episodio violento si manifesta nel primo anno di vita del bambino, ma le vittime delle madri sono mediamente più giovani delle vittime dei padri, rispettivamente 3 anni e mezzo e 6. Nel 60 per cento dei casi, il figlicidio è seguito dal suicidio del genitore e questa percentuale arriva all’86 per cento quando le vittime sono più di un figlio.

I padri sono molto più spesso sotto effetto di sostanze stupefacenti (42% contro l’11% delle madri), come alcol o droghe, e usano più spesso un’arma da fuoco (il 27% contro il 5% delle madri). Le madri invece utilizzano l’annegamento e l’avvelenamento in percentuali molto più alte dei padri. Il figlicidio dei padri han una natura impulsiva più spesso che nelle madri (41% contro il 13%). Al contrario le madri riescono a rimanere lucide e spesso (25% dei casi) cercano di occultare il cadavere del figlio.

Nel caso dei padri il movente è spesso la gelosia nei confronti dei figli. Hanno disturbi di personalità o soffrono di abuso di alcol, e hanno storie di condotte violente; solo nel 18 per cento dei casi vengono giudicati incapaci di intendere e di volere. Il profilo delle madri è invece diverso: di solito sono donne poco abbienti, giovani, spesso single, con alle spalle una famiglia di origine poco accudente. La presenza di una vera e propria psicopatologia è rara, ma è stato definito un profilo socio-relazionale tipico: le caratteristiche sono immaturità, dipendenza affettiva, mancanza di autostima, assenza di supporto affettivo, isolamento psicologico, scarsa comunicazione con il partner.

Una condizione di  vero e proprio disturbo clinico, come psicosi o depressione, è diagnosticata nella metà delle mamme che uccidono e nel 76 per cento dei casi le mamme vengono poi considerate non in grado di intendere e volere per un vizio di salute mentale.

I moventi del gesto

Le motivazioni date da chi compie un figlicidio sono:

  • “mi volevo sbarazzare di un bambino non desiderato” (24%)
  • un attacco psicotico acuto, per esempio “mio figlio era posseduto dal demonio” (21%)
  • trascuratezza e abuso (17%)
  • “per avere vendetta” (12%)
  • per “pietà” e “per proteggere mio figlio dagli orrori del mondo” (25%)

Cosa guardare e osservare per poter prevedere e prevenire questi gesti estremi?

  • Il contesto sociale e relazionale: lo scarso supporto sociale vissuto dalle mamme durante la gravidanza gioca un ruolo cruciale. La futura mamma non andrebbe mai lasciata sola: bisogna cercare di circondarla di gesti amorevoli e accudenti, anche quando non riesce a confidarsi e svelare le paure e le ansie di un passo che teme di non saper gestire.
  • I sintomi di depressione nei primi due trimestri di gravidanza e, in generale, disturbi psichiatrici durante la gravidanza devono essere un campanello d’allarme. Sono queste persone (madri, ma anche padri) che hanno una maggiore probabilità di vivere con difficoltà il post partum. Non bisogna avere paura di chiedere un aiuto qualificato né banalizzare o negare un disagio che invece può essere naturale.
  • Una gravidanza non pienamente desiderata: purtroppo molte situazioni non creano i presupposti per un’adeguata “metabolizzazione” del processo di cambiamento necessaria per accogliere la nascita di un figlio. Sono situazioni che andrebbero supportate con un counseling adeguato nelle prime settimane di gravidanza.
  • La povertà, l’instabilità economica e un basso guadagno mensile sono fattori correlati con la depressione post partum e il figlicidio.
  • Stress di varia natura, dai problemi finanziari a problemi di salute.
  • La giovane età.
  • Il diabete gestazionale è un fattore di rischio. Spesso infatti sono squilibri biologici e ormonali a minare l’equilibrio emozionale. È importante iniziare a curare la propria salute a tavola e scegliere uno stile di vita consono alle nostre esigenze psico fisiche.
  • Le infezioni urinarie ricorrenti, secondo numerosi studi sono legate a malesseri clinici quali ansia e depressione patologiche. Il motivo sembra risiedere, secondo recenti teorie, nel nostro intestino: una cattiva alimentazione produrrebbe un meccanismo infiammatorio a livello delle mucose e un’alterazione del funzionamento del sistema immunitario, che determinerebbe sintomi come ansia, depressione, irritabilità e infezioni localizzate, spesso a livello genitale e urinario.

 

 

 

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