Scienza

Differenze di genere, 5 stereotipi spiegati dalla scienza

Gli stereotipi di genere sono radicati nel nostro modo di pensare e parlare. Ma come li spiegano e come li sfatano i più recenti studi scientifici?

Incontra uno psicologo
Differenze di genere, 5 stereotipi spiegati dalla scienza

Gli stereotipi di genere sono tanti, diffusi e radicati nel nostro modo di pensare e parlare. Ma cosa dicono i più recenti studi scientifici? Come li spiegano e come li sfatano?

I maschi sono più bravi in matematica e più portati per lo sport. Le femmine sono multitasking e capaci di maggior empatia. Nella vita quotidiana usiamo stereotipi di genere molto più spesso di quanto pensiamo. A tradirci è soprattutto il linguaggio e a rimetterci quasi sempre il sesso femminile: a una persona che si mostra debole diciamo “non fare la femminuccia”, a chi è determinato e autorevole diciamo che “ha gli attributi”.

Ma quanto questi stereotipi sono legati a effettive differenze tra il cervello femminile e maschile? E quanto invece sono i nostri pregiudizi che, radicati nella società in cui cresciamo, finiscono con l’autoavverarsi? Rispondere non è facile. Anche gli scienziati faticano a sgombrare il campo dai pregiudizi (in un senso e nell’altro) quando cercano di determinare in che misura le differenze che emergono nel corso della vita siano innate oppure dovute a condizionamenti sociali e culturali.
Ecco qualche esempio.

Gli uomini sono più portati per ruoli di potere?

È noto che le femmine, pur avendo risultati scolastici mediamente migliori dei maschi (come dimostra, per esempio, il progetto PISA), di rado raggiungono posizioni di prestigio nella loro professione. Come mai?
Le ragioni sono tante, alcune più facilmente intuibili (per esempio il fatto che l’incombenza della nascita dei figli e la gestione dei problemi familiari continua a ricadere sulle donne più che sugli uomini), altre un po’ meno. Una di queste è rappresentata dalle incongruenze della lingua (definite “dissimmetrie semantiche” dall’Accademia della Crusca) che tendono ad attribuire ruoli prestigiosi solo agli uomini. Qualche esempio: termini quali “ministra”, “direttrice”, “sindaca”, “capa”, ma anche “architetta”, “chirurga”, “avvocata”, “ricercatrice”, benché grammaticalmente corretti, ci suonano sbagliati, tanto che tendiamo a usarli al maschile anche quando riferiti a donne; se diciamo “il governante” intendiamo un uomo di potere, mentre “la governante” è una donna pagata per occuparsi della casa; una donna docente alle scuole medie è per tutti una “professoressa”, mentre se insegna in un ateneo viene definita “professore universitario”. Un linguaggio ancora così denso di stereotipi non può che plasmare il nostro pensiero e condizionare la nostra vita e le nostre scelte fin da quando siamo bambini.

C’è poi una ragione “biologica”, oltre agli stereotipi culturali, che potrebbe discriminare le donne nella carriera professionale: alle donne, più spesso che agli uomini, mancano quelle caratteristiche che vengono considerate vincenti in ambito lavorativo, come l’aggressività, lo spirito di competizione e la fiducia nelle proprie capacità. Caratteristiche che sono mediate dal testosterone, ormone presente in maggior quantità nei maschi. Le donne sarebbero invece più dipendenti dal giudizio e avrebbero un’autostima mediamente più bassa.

Non solo. Uno studio tedesco ha recentemente suggerito che le donne traggono da un ruolo manageriale meno soddisfazione degli uomini. Lo studio ha analizzato le risposte di oltre 30 mila uomini e donne a un sondaggio durato 30 anni. Ciò che è emerso è che mentre non c’è grande differenza tra il livello di felicità di uomini e donne non manager, le donne manager si dichiarano significativamente meno felici dei colleghi maschi. Il motivo sembra legato al fatto che le donne, un po’ per indole, ma soprattutto per tradizione, hanno quasi sempre più obiettivi di vita rispetto agli uomini. E più uno di questi è impegnativo, più stressante diventa la gestione degli altri.  

Le donne non sanno parcheggiare?

La cosiddetta intelligenza spaziale è una delle abilità in cui la differenza cognitiva tra i sessi è maggiore. Nel cervello maschile, infatti, le aree visuo-spaziali, quelle zone cerebrali che servono a orientarsi, sarebbero più sviluppate rispetto al cervello femminile. Alcuni studi hanno anche dimostrato che le ragazze con elevati livelli di ormoni maschili, come il testosterone, hanno risultati migliori nei test che misurano la cognizione spaziale rispetto alle ragazze senza alterazioni ormonali. Insomma, se le donne sono meno abili a orientarsi, a calcolare lo spazio e i movimenti e, a questo punto, anche a parcheggiare, una ragione biologica c’è.

Alla base del gender gap ci sarebbero ragioni evolutive: per l’uomo primitivo, che doveva muoversi sul territorio per procacciare il cibo, le competenze spaziali erano molto importanti, mentre per le donne, il cui compito biologico principale era la crescita della prole, erano più importanti le competenze empatiche e relazionali. Queste differenze si sono gradualmente selezionate nel corso dell’evoluzione e ancora oggi ci condizionano.

Gli uomini sono più bravi in matematica?

Ecco uno di quei casi in cui gli stereotipi di genere sono talmente diffusi nel pensiero collettivo che finiscono col diventare la propria prima causa. È in parte vero che i cervelli maschili si sono rivelati più portati al ragionamento matematico rispetto a quelli femminili. La cognizione spaziale (di cui parliamo sopra) è infatti strettamente collegata al pensiero logico e al calcolo. Tuttavia, ciò che oggi influisce di più sulla differenza tra uomini e donne in questa disciplina è il fattore culturale. Se guardiamo ai risultati dei test matematici degli studenti (15-16 anni) dei paesi che partecipano al progetto PISA, ci accorgiamo che in ciascuna nazione i ragazzi hanno risultati sempre di poco superiori alle ragazze. Se però guardiamo i risultati delle ragazze di Singapore, dove i punteggi sono i più alti, notiamo subito che sono ben al di sopra dei coetanei maschi di tutto il resto del mondo. A dimostrazione del fatto che non è la biologia a frenare il talento femminile nelle materie scientifiche, ma un contesto culturale che incoraggia e premia di più i compagni maschi.

Quanto questo sia vero e quanto sia radicato nella società, lo dimostra uno studio della University of Delaware’s School of Education mettendo in luce come le madri di bambini sotto i 3 anni facciano ricorso a concetti numerici molto più spesso quando parlano con i figli maschi rispetto a quando comunicano con le figlie femmine. La presenza di numeri nel linguaggio rivolto ai più piccoli accresce il loro livello di familiarità con il pensiero logico e quantitativo, influenzando di conseguenza anche le scelte professionali in età adulta.

Le donne sono multitasking?

La prima risposta a questa domanda è no. Il nostro cervello infatti, sia quello maschile che quello femminile, lavora proprio come un computer e, anche quando a noi sembra stia facendo più operazioni contemporaneamente, in realtà sta solo passando da una all’altra molto molto velocemente.

Tuttavia, se questo stereotipo è tanto diffuso un motivo c’è. Diversi esperimenti hanno messo in mostra come il cervello femminile abbia bisogno di meno energie per spostare l’attenzione da un compito a un altro rispetto al cervello maschile. Questa differenza è da alcuni stata ricondotta anche agli ormoni: dopo la menopausa infatti, questo talento sembra scomparire.

Le donne sono “vipere”?

Una classe tutta femminile? Per carità! Quattro figlie femmine? Povero padre!

I gruppi a prevalenza femminile sono spesso ritratti come tossici, animati da litigi e poco collaborativi. Ma siamo sicuri sia così? In realtà quel che sappiamo grazie a uno studio della University of California è che le donne sono più brave nel lavoro di gruppo rispetto agli uomini, che invece preferiscono lavorare da soli. Le donne che lavorano nella cooperazione e nel sociale sono più numerose rispetto agli uomini, che tendono a preferire ambienti di lavoro competitivi.

Il motivo però potrebbe non essere così felice e tutto potrebbe ricondursi a una questione di sicurezza e autostima: infatti, mentre le donne sono più portate a pensare di non essere all’altezza (e quindi di fare meglio insieme agli altri), gli uomini si sentono spesso sufficientemente bravi da poter fare meglio degli altri che, in un lavoro di gruppo, diventerebbero solo un peso. Tutto questo a causa soprattutto del testosterone, ormone che stimola la competitività e la fiducia in se stessi.

Insomma, la ricerca scientifica ci ha mostrato che i cervelli femminili e maschili hanno sicuramente alcune caratteristiche distintive. Ciò che è certo però è che non esiste una distinzione netta tra gli uni e gli altri e che i cervelli di cui si può definire senza esitazione l’appartenenza a un sesso sono solo una piccola percentuale. Quel che siamo più portati a concludere allora, è che all’origine delle differenze tra uomini e donne ci siano soprattutto ragioni sociali e culturali. Ragioni che fino ad oggi hanno portato decisamente più fortuna ai maschi.