Psicologia

Rimuginio: come uscire dal pensiero ripetitivo

Capita a tutti di fissarsi su un pensiero, ma quando il rimuginio diventa patologico? E come gestirlo?

Incontra uno psicologo
Rimuginio: come uscire dal pensiero ripetitivo

Il rimuginio è un’attività spontanea che tutti conosciamo e sperimentiamo, ma che se diventa pervasiva può diventare patologica. Tre cognitivisti italiani hanno esplorato questa condizione e le possibili tecniche di gestione in un libro rivolto agli specialisti della mente.

“Devi pensarci su!”: chi non si è mai sentito dire una frase simile? Una delle motivazioni principali alla base del rimuginio è la credenza che pensare molto a un problema sia il modo principale per risolverlo. Ma seguire troppo rigidamente questa indicazione può portare a dedicare anche diverse ore ad analizzare una situazione. Arriviamo a pensare che vagliare in modo completo ed esaustivo tutti gli aspetti sia l’unico modo per venirne a capo. Le altre scorciatoie di pensiero scompaiono, sovrastate dal volume del rimuginio.

Comprendere il ruolo del rimuginio all’interno della mente è un presupposto fondamentale per elaborare delle tecniche di gestione. Il libro Rimuginio. Teoria e terapia del pensiero ripetitivo (Raffaello Cortina Editore) di Gabriele Caselli, Giovanni Ruggiero e Sandra Sassaroli, docenti della Scuola di specializzazione in psicoterapia cognitiva “Studi cognitivi” di Milano, ne mostra un buon numero, tutte supportate da rigorosi lavori di ricerca scientifica. La sfida clinica in cui sono coinvolti paziente e terapeuta è trovare la più efficace al tipo di rimuginio in atto, per poi iniziare ad allenarsi ad attuarla e liberarsi finalmente dalla fatica di dover pensare.

Ma che cos’è il rimuginio?

Il rimuginio è una forma di preoccupazione, negativa e ripetitiva. Tutti rimuginiamo, spesso è un’attività spontanea che intensifica i pensieri attorno a uno specifico evento o a una particolare idea. Come ogni condizione psicopatologica, anche il rimuginio assume rilevanza clinica in presenza di due condizioni “estreme”: quando diventa pervasivo, ovvero occupa tanto tempo all’interno della giornata, al punto da provocare un significativo dispendio di energie e, soprattutto, quando la persona che ne soffre comincia a percepire il rimuginio come incontrollabile. Si è ammalati di rimuginio quando ci si sente incontrovertibilmente concentrati sulle proprie preoccupazioni, in un vortice senza apparente via d’uscita.

Questo evento psichico è comune a molte persone, anche perché presente in molte condizioni di sofferenza psicologica (disturbi d’ansia, disturbi alimentari, disturbi di personalità ecc.).

Quanti e quali tipi?

Gli autori elencano cinque categorie di rimuginio:

  • Rimuginio ansioso, caratterizzato da preoccupazioni e incertezze rispetto a qualcosa che potrebbe accadere (“Cosa mi aspetterà se non rispetto la scadenza? Potranno esserci ostacoli domani sul lavoro? Come reagiranno i colleghi?”);
  • Rimuginio depressivo, definito anche ruminazione, perché incentrato su un evento passato o uno stato emotivo spiacevole che stiamo vivendo come conseguenza ad esso (“Come mai è possibile che ieri sera sia finita in questo modo? Cosa è andato storto? E come è possibile che io mi senta così male ancora adesso?”)
  • Rimuginio rabbioso, definibile anche come ruminazione rabbiosa, perché riesamina un evento passato verso il quale riteniamo di aver subito una ingiustizia, cercando di identificare colpe altrui o proprie (“Non posso credere che si sia comportato così con me. Deve avere proprio una faccia tosta a pensare di parlarmi ancora. E come ho potuto permettergli di farlo?”)
  • Rimuginio desiderante, un incessante pensiero rivolto a ciò che vogliamo avere, in modo da cercare di anticipare la gratificazione (“Il vestito che ho visto ieri in vetrina non mi passa dalla testa. Potrei anche solo andare a provarlo, oppure cercarlo subito su Internet. Magari riesco a trovare alcuni siti che lo vendono a meno”)
  • Rimuginio intrusivo, il tentativo di gestire il flusso dei nostri pensieri, combattendo contro i pensieri che non ci soddisfano (“Come ho potuto pensarla in quel modo? Solo le cattive persone la pensano così. Potrei essere una cattiva persona. Come posso dimostrare di non esserlo? Quante volte ho agito in modo cattivo?”)

L’elenco ci dimostra che si può rimuginare su situazioni differenti, ma la modalità con cui pensiamo ad esse – incessante, ripetitiva e negativa – li accomuna tutti: si parte da una prima domanda o constatazione e ci si muove attorno ad essa, circondandola con ipotesi, dubbi e domande sempre più astratte e a volte lontani dal problema iniziale.

Quali soluzioni?

Le tecniche di gestione che lo psicoterapeuta può mettere in atto sono principalmente due: la consapevolezza del rimuginio come di un processo mentale controllabile e gli interventi di gestione dell’attenzione. Nel primo caso, si possono alternare esercizi che mirano sia a intensificare volontariamente il rimuginio (“mi spieghi meglio quali sono le cose negative che possono accadere/che sono accadute”) sia ad interromperlo o rinviarlo (“fermiamo un attimo l’analisi che stiamo facendo, la riprenderemo a fine seduta”). L’obiettivo è far aumentare la percezione di controllo che il paziente ha sul rimuginio. Gli esercizi sull’attenzione permettono di utilizzarla come strategia per uscire dal rimuginio: si chiede di iniziare a rimuginare per poi fermare il paziente di colpo, chiedendogli di passare alla descrizione particolareggiata della stanza terapeutica, oppure alla concentrazione sulle sensazioni che sente provenire dalle sue mani. Entrambe le tecniche possono essere poi assegnate come “compito a casa”: si può chiedere per esempio al paziente di cogliere l’occasione del primo rimuginio dopo la seduta, per provare a fermarlo concentrandosi sull’ambiente in cui si trova e poi riprenderlo dopo 10 minuti. Più ci si allena a fare questi movimenti mentali, maggiore sarà l’abilità con cui riusciamo ad uscire dai momenti di rimuginio e dalla sofferenza che essi ci recano.

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