Psicologia

Parafilie: quando il sesso non segue le convenzioni

I comportamenti sessuali non convenzionali tra normalità e psicopatologia

Incontra uno psicologo
Parafilie: quando il sesso non segue le convenzioni

Quello delle parafilie, o comportamenti sessuali non convenzionali, è un argomento ancora molto dibattuto in psicologia, soprattutto perché contaminato da aspetti storici e culturali. Quando è opportuno chiedere un aiuto psicoterapeutico?


Un tempo le chiamavano “perversioni sessuali”. Oggi, per riferirsi a tutti quegli interessi e pratiche erotiche ritenute atipiche, sessuologi, psichiatri e psicoterapeuti parlano di parafilie. Il termine deriva dal greco para (attorno) e filia (amore) e si riferisce a impulsi, fantasie o comportamenti sessuali intensi e ricorrenti, che implicano oggetti, attività o situazioni inusuali, distanti da quelli comunemente previsti nella pratica sessuale.
Per quanto ampiamente studiato e descritto sui manuali di psicopatologia, il concetto di parafilia è ancora oggi complesso e dibattuto, soprattutto perché strettamente vincolato a norme sessuali e culturali radicate nel senso comune, ma che variano molto a seconda del contesto religioso, geografico e storico: pochi disturbi psichiatrici sono accompagnati da considerazioni moralistiche come lo sono le parafilie.
Determinare la devianza di una persona nell’area della sessualità, infatti, implica stabilire chiare norme per il comportamento sessuale, sia sul piano psichiatrico sia dal punto di vista legale. In questo senso, l’evoluzione della definizione di attività sessuale perversa in psichiatria riflette i cambiamenti storici della nostra società. Il caso dell’omosessualità ne è un esempio lampante: considerata per lungo tempo una perversione e punita dal codice penale come “atto di libidine contro natura”, è oggi accettata e riconosciuta come normale manifestazione della sessualità in molti paesi del mondo (anche se non tutti). Da poco anche in Italia le regolamentazioni civili riconoscono l’unione tra persone dello stesso sesso (legge sulle unioni civili del 20 maggio 2016, n. 76, cosiddetta legge Cirinnà). L’omosessualità è definitivamente scomparsa dal DSM (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali) nel 1990 dopo 17 anni di dibattito sul tema.

Cambiamenti storici

La storia della sessualità è da sempre costellata di desideri “perversi” e di interessi che si discostano da ciò che è comunemente ammesso: sono proprio questi aspetti di allontanamento dalla norma a contraddistinguere la sessualità “deviante” da quella ordinariamente riconosciuta.
A tal proposito Alfred Kinsey, il sessuologo statunitense autore negli anni ’50 del secolo scorso di un celebre Rapporto sul comportamento sessuale, ipotizzò che la tendenza dell’uomo ad aderire a certe norme di comportamento abbia contribuito a fomentare l’aspettativa che anche gli altri vi si dovessero conformare. Secondo Kinsey, cioè, le nostre abitudini e condotte sono talmente radicate in noi da indurci a credere che debbano essere tali e quali anche per gli altri e a connotare come deviato o pericoloso ciò che vi si discosta.

Sigmund Freud, già più di un secolo fa sosteneva che viviamo in una società sessualmente repressa, ma ambivalente: da un lato vorrebbe lavoratori affidabili e precisi, ordine, doveri sociali e familiari, obblighi economici e morali, dall’altro bombarda la nostra quotidianità di stimoli provocatori e liberatori, che non fanno riferimento all’ordine e ai doveri a cui dovremmo attenerci. Un esempio di messaggio contraddittorio, secondo Freud, era quello rivolto ai giovani nei primi decenni del Novecento: l’invito a trovare moglie e metter su famiglia, e insieme a dimostrare la propria virilità con relazioni extraconiugali o col ricorso alla prostituzione. Oggi la società descritta da Freud è cambiata, ma sotto molti aspetti i messaggi contraddittori continuano a esistere: basti pensare alla distanza tra la vita sessuale prescritta dai dogmi di alcune religioni e quello che troviamo sul web e in televisione. La sessualità femminile, in particolare, è entrata in modo sempre più esplicito nella cultura popolare, senza essere accompagnata da una vera educazione e consapevolezza a livello sociale.

Confini labili

Negli ultimi anni la sessualità è divenuta un’area di indagine scientifica ed è stato possibile constatare come coppie ritenute “normali” abbiano in realtà una varietà di comportamenti sessuali differenti, tutti potenzialmente “perversi”. A tal proposito, William McDougall, psicologo sociale di origine inglese, ha messo in evidenza come fantasie perverse si riscontrano in moltissime persone, senza però manifestare l’aspetto compulsivo (e cioè incontrollabile), fondamentale per rientrare nella definizione di parafilia.
La sessualità per la coppia è spazio di sperimentazione, creatività, gioco, e può assumere forme molto diverse. Il fatto che, per esempio, si provi eccitazione leggendo un fumetto erotico, o che uno o entrambi i membri della coppia interpretino ruoli indossando una precisa tipologia di indumenti, costituisce una parafilia, ma non una psicopatologia.
Inoltre, il solo desiderio non è sufficiente alla diagnosi: un aspetto centrale contenuto nel DSM 5 è la distinzione tra desiderio e azione.

Le parafilie secondo il DSM 5

Il 5° Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali tratta esplicitamente otto forme di parafilia, e cioè:

  • Disturbo esibizionistico: bisogno di mostrare i propri genitali a persone sconosciute;
  • Disturbo feticistico: uso di oggetti non sessuali per ottenere l’eccitazione (per esempio le scarpe);
  • Disturbo frotteuristico: bisogno di toccare o palpare persone non consenzienti;
  • Disturbo pedofilico: attrazione per minori e bambini;
  • Disturbo da masochismo sessuale: bisogno di essere umiliati o di provare dolore;
  • Disturbo da sadismo sessuale: bisogno di umiliare o provocare dolore;
  • Disturbo da travestitismo: bisogno di indossare vestiti del sesso opposto;
  • Disturbo voyeuristico: bisogno di spiare persone nude o in atteggiamenti intimi.

Questi disturbi possono essere distinti in due categorie: quelle che prevedono semplicemente un comportamento sessuale atipico e quelle che comportano anche un disturbo mentale (disordini parafilici).

Per poter porre una diagnosi di disordine parafilico è necessario che la persona manifesti almeno una di queste caratteristiche:

  • angoscia personale profonda, non limitata alla sola disapprovazione sociale;
  • disagio psichico o fisico;
  • comportamenti nocivi per sé o l’altro;
  • coivolgimento di persone riluttanti a essere coinvolte in un simile scenario sessuale oppure incapaci a dare un valido consenso (bambini, disabili).

In questi casi, il comportamento o i desideri sessuali sono causa di un disagio significativo per la persona o possono diventare motivo di pericolo per altri o per la società in generale (si pensi al reato di pedofilia).

Le cause: traumi e abusi infantili

Secondo il DSM alcune delle fantasie e dei comportamenti parafilici possono aver inizio nell’infanzia o nella prima adolescenza, ma nella maggior parte dei casi divengono meglio definiti ed elaborati con l’ingresso nella prima età adulta.
Robert Stoller, psichiatra e psicanalista statunitense noto per le sue teorie sulle dinamiche dell’eccitazione sessuale, identifica l’essenza della perversione come la conversione di un trauma infantile in un trionfo adulto. Secondo Stoller alcune persone sono spinte a questi comportamenti dalle loro fantasie di vendicare umilianti traumi infantili, spesso causati dai genitori. Disumanizzando o umiliando il partner “si vendicano” di quello che hanno subìto. La psicologa Sharone Bergner ipotizza che in queste persone le fantasie sessualmente eccitanti abbiano lo scopo di far superare la degradazione portando a una redenzione personale. La parafilia permette loro di mettersi in rapporto con gli altri in un modo che non prevede un vero senso di connessione e condivisione e di utilizzare il potere di sedurre, dominare o sfruttare in assenza di un reale riconoscimento dell’altro in una relazione intima. Molte di queste persone hanno avuto nell’infanzia esperienze in cui la percezione d’intimità è risultata pericolosa e distruttiva, motivo per cui hanno deciso di passare il resto della loro vita cercando di evitarla.
Alcune teorie suggeriscono che aver sperimentato situazioni estreme, nocive, pericolose, aver assistito ad atti impropri, malsani e aberranti, può modificare notevolmente il modo di vedere, pensare e agire di una persona nel rapporto sessuale. Il perdurare nel tempo di situazioni difficili o violente compromette sensibilmente la capacità di instaurare relazioni affettuose, reciproche e soddisfacenti, basate sull’amore e il rispetto.

Quando chiedere aiuto

In alcuni casi le parafilie possono essere completamente accettate dalla persona che ne soffre, non essere vissute come disturbanti e non nuocere né a sé né agli altri: è il caso, per esempio, di alcune pratiche di BDSM messe in atto da adulti consenzienti, oggi sempre più diffuse come dimostra anche il successo planetario del romanzo Cinquanta sfumature di grigio.
Ci sono invece situazioni in cui le parafilie sono accompagnate da un disagio importante o possono confluire in reati anche gravi.
Se il comportamento parafilico è esclusivo (esclude cioè tutte le altre forme di sessualità), la persona va incontro a una graduale alterazione della capacità di reciprocità sessuale e di coinvolgimento affettivo, e con il passare del tempo a disfunzioni sessuali e sintomi depressivi, accompagnati da un aumento della frequenza e dell’intensità dei comportamenti parafilici. Questi comportamenti tendono ad aumentare in condizioni di stress psicosociale.
In generale questi disturbi possono trarre miglioramento attraverso un intervento psicoterapeutico mirato di tipo cognitivo-comportamentale. Nel caso, invece, che il soggetto richieda una terapia a causa delle difficoltà nel rapporto con il partner, dovuta ai suoi comportamenti parafilici, una psicoterapia di coppia sembra essere il trattamento più indicato.

 

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