Le storie

Un lutto ben elaborato

“Poi ho iniziato a sognarla, a credere che ci fosse ancora…”: il racconto di Roberta

Incontra uno psicologo

“Eravamo una famiglia felice, con lunghe estati in montagna e poi a settembre al mare, perché tanto la scuola iniziava ad ottobre.. in quei lontani anni 60! Io la minore di due sorelle: lei responsabile e studiosa ed io la piccola peste, sportiva e maschiaccio!
E poi un bel giorno, durante una vacanza all’Isola d’Elba, la mamma che di nascosto stava male di notte, mentre di giorno sembrava la stessa di sempre. Ma al ritorno a casa il triste verdetto e poi due, tre interventi e nel giro di sei mesi, la fine per lei e, per chi restava, la fine di una famiglia. Due figlie con un papà sempre più chiuso e sempre più silenzioso, tanto buono ma tanto vuoto di dentro. Ricordo mia sorella piangere quella notte, quando ci diedero ‘la notizia”, ma io no, quasi nemmeno mi rendevo conto della gravità dell’evento. Poi ho iniziato sognarla, a credere che ci fosse ancora, risvegliandomi alla mattina col pugnetto chiuso come se la tenessi ancora per mano… Poi col tempo ho iniziato a piangere per la solitudine, a parlarle, a cercarla nelle nuvole e a portarla con me nell’anima.
Erano i lontani anni ‘70, tante altre ferite profonde al cuore si sono succedute. Quando mio marito se n’è andato di casa ho pensato che ero destinata a stare sola, che appena iniziavo ad affezionarmi a qualcuno, questi scompariva, per un motivo o per l’altro. Invece ancora mi è dato di godere del dono più grande di questa vita: una figlia splendida, che mi dà un grandissimo da fare, tanti pensieri, ma tante gioie.. e grazie a lei posso continuare a vivere con il sorriso, con quel sorriso che era la profonda bellezza di mia mamma e che io ogni giorno ritrovo in me”. Roberta

Risponde Marta Erba, psicoterapeuta del Centro Medico Santagostino

Roberta descrive molto bene il processo di elaborazione del lutto: un processo naturale, caratterizzato da fasi diverse, ciascuna con propri colori emotivi.
La psichiatra svizzera Elisabeth Kübler-Ross distingue 5 fasi (non sempre tutte presenti e non necessariamente in quest’ordine):

  1. Fase del rifiuto: a volte ci si difende da una notizia traumatica, come la perdita di una persona cara, negandola. La negazione serve alla nostra mente per proteggersi dall’ansia e “prendere tempo”. È successo anche a Roberta, che quando ha perso la mamma era ancora piccola e quindi dipendente da lei. All’inizio ha preferito rimuovere la notizia, cercando di non darle importanza o “fingendo” che non fosse vera: non era pronta ad accettare una perdita così importante.
  2. Fase delle emozioni forti: dopo la negazione possono manifestarsi emozioni intense quali la rabbia e la paura. Ci si pone domande come “perché te ne sei andato/a proprio adesso?” e spesso ci si chiude nel silenzio.
  3. Fase del patteggiamento: smaltite le emozioni più intense, si cerca di riprendere il controllo della propria vita.
  4. Fase della depressione: è una fase durissima e dolorosa, che può durare mesi e talvolta anni, in cui si percepisce l’assenza della persona fuori e dentro di sé. È tuttavia una fase importante perché è quella durante la quale avviene la vera e propria elaborazione del lutto. Per Roberta questa fase è cominciata quando ha iniziato a sognare la mamma, a piangere e a instaurare con lei un dialogo immaginario. I sogni sono uno strumento prezioso a nostra disposizione per elaborare le difficoltà che incontriamo nella vita. Il pianto è un processo sano, che aiuta ad alleviare lo stress e a manifestare esteriormente la tristezza che stiamo provando, suscitando empatia e vicinanza sociale. Immaginare di parlare con il defunto permette di esprimere le parole non dette, di riprendere i discorsi rimasti in sospeso.
  5. Fase dell’accettazione: questa fase permette di prendere consapevolezza della perdita e di trovare le risorse per superarla. Al termine di questo processo complesso, il defunto non scompare dalla nostra vita ma continua a vivere “dentro di noi”. Ci portiamo con noi, cioè, le sue parti buone, quelle che ci permettono di vivere meglio: in un certo senso “lo incorporiamo”. Roberta descrive molto bene questo passaggio: “il sorriso di mia mamma che ogni giorno trovo dentro di me”.

L’esperienza del lutto può essere dolorosa e difficile, per questa ragione può essere utile ricorrere a una psicoterapia, che attraverso il dialogo e l’espressione delle emozioni trattenute, e talvolta con l’utilizzo di tecniche specifiche (per esempio l’emdr), favorisce il procedere delll’elaborazione. La psicoterapia è particolarmente utile nei casi di “lutto congelato”, quando cioè la morte risulta “impossibile da accettare” e quindi l’elaborazione si blocca. Questo accade, per esempio, quando scompare un genitore con cui si aveva un rapporto conflittuale, oppure un figlio, oppure se il decesso avviene in modo improvviso o violento (un incidente, una malattia a breve decorso…) o ancora se il sopravvissuto ritiene di avere qualche responsabilità nella morte del defunto.   

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