Attualità

Disforia di genere, passi avanti nei manuali diagnostici

Da “disturbo” a disforia di genere, come l’aggiornamento del DSM ha migliorato la diagnostica delle persone transgender

Incontra uno psicologo
Disforia di genere, passi avanti nei manuali diagnostici

Il termine disforia di genere è stato introdotto nell’ultimo DSM in sostituzione del disturbo di identità di genere. Oltre a questa, altre novità segnano la necessità e la volontà di ampliare la comprensione delle persone che vivono questa condizione e elaborare politiche e prassi più consapevoli ed efficaci.

La diagnosi di disforia di genere è una delle novità introdotte dalla quinta e ultima edizione del manuale diagnostico di riferimento per la comunità scientifica internazionale (DSM). Questa definizione si riferisce a tutta quelle serie di condizioni di sofferenza psichica causate dalla sensazione soggettiva di un mancato allineamento tra il sesso di nascita (o sesso biologico) e l’identità di genere.

Lo spettro dell’identità di genere

Che cosa si intende quando si parla di un mancato “allineamento”? In modo sempre più condiviso, le linee guida dei principali riferimenti per la salute mentale invitano i professionisti a guardare all’identità di genere come ad un costrutto non “in bianco e nero”, ma piuttosto come collocabile lungo una scala di grigi.
In altre parole, il tentativo è quello di cercare di guardare al genere non per forza come a una variabile a due livelli – maschile o femminile – ma come a un elemento che possa prevedere una più diversificata scala di tonalità intermedie. Questa indicazione si basa anche sull’interessante dato sperimentale che ci mostra come, se intervistate sul tema, le persone che si riconoscono in definizioni di genere e di ruoli di tipo binario (univocamente maschili o femminili) sono molte meno di quante affermano di riconoscersi in termini di varianza o ambivalenza di genere, se non addirittura, in una minor parte dei casi, in termini di incongruenza.

Un aggiornamento necessario

Anche all’interno dell’attenzione clinica, possiamo distinguere sfumature che ci dicono come i livelli di “mancato allineamento” possono essere molteplici e solo una parte di essi sono definibili come disforia di genere.
È proprio con questa complessità di scenari che ha dovuto confrontarsi la nuova edizione del DSM 5, a più di un decennio dalla sua precedente edizione (DSM 4). L’obiettivo non era semplice: da un lato l’urgenza di cercare di ridurre lo stigma (e il suo impatto deleterio sulla salute delle persone transgender) ma al contempo era necessario mantenere un inquadramento diagnostico per garantire a queste persone l’accesso alle cure mediche.

Novità e passi avanti

La soluzione trovata dall’ultima edizione del DSM, pur tra i limiti che ogni tentativo di sistematizzazione scientifica porta con sé, prevede alcune interessanti novità, che sintetizziamo qui di seguito:

  • Quel che nel DSM 4 TR (2001) veniva definito come disturbo dell’identità di genere, viene ora definito come disforia di genere, perdendo dunque la parola “disturbo” e privilegiando, nel termine “disforia”, l’aspetto del disagio soggettivo provato dalla persona. Il focus non è più, quindi, sull’idea di un’identità disturbata, ma sul disagio che deriva dall’incongruenza tra genere esperito e dato biologico;
  • Per questa nuova diagnosi di disforia di genere viene pensata una collocazione a sé, quindi non più all’interno delle parafilie e dei disturbi sessuali. Anche questa modifica, solo apparentemente una sfumatura, segnala il passaggio della diagnosi da una sfera esclusivamente comportamentale, sessuale e disturbata, ad un dinamica più vasta che riguarda l’intera identità e personalità del soggetto;
  • La parola “sesso”, preminente nel DSM 4 TR, viene sostituita dalla parola “genere” nella nuova edizione, anche in questo caso segnalando uno spostamento del focus su aspetti diversificati rispetto al mero dato comportamentale;
  • Un altro cambiamento ancora è stato quello di eliminare dai criteri specificatori della diagnosi quello relativo all’orientamento sessuale. Si tratta di un dettaglio per nulla secondario, in quanto segnala l’aver preso atto, a partire da dati di ricerca, che l’orientamento sessuale non costituisce un predittore di outcome: in altre parole, diversamente da un tempo in cui, con ogni probabilità per un pregiudizio etero-normativo, si riteneva l’orientamento eterosessuale un predittore favorevole per coloro i quali si sottoponevano al cambiamento chirurgico del sesso, attualmente sappiamo che questa idea è stata smentita dalla ricerca;
  • Infine, un’altra modifica che si può segnalare come significativa, è l’aggiunta dello specificatore DSD (disturbi dello sviluppo sessuale): il fatto di nominare esplicitamente, tra gli elementi da specificare, quello dei DSD porta con sé l’idea di una tutela del paziente anche da quei rischi “iatrogeni”, quindi dovuti alla terapia, che purtroppo le storie dell’intersessualità portano con sé.

Come si vede, quindi, molti cambiamenti si sono ottenuti nella direzione di un miglioramento della diagnostica della disforia di genere: l’obiettivo è quello di procedere con passi radicati nella ricerca scientifica da un lato e con una particolare attenzione alle specifiche e autentiche necessità delle persone transgender dall’altro. Naturalmente non si può considerare un processo concluso, ma anzi un’apertura verso la ricerca clinica sullo specifico tema del transgenderismo, allo scopo di elaborare politiche sanitarie e prassi di approccio alla persona il più possibile rispettose e consapevoli.

Questo sito utilizza cookie per migliorare la tua esperienza di navigazione o per aiutarci a fornire i nostri servizi. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento, acconsenti al nostro uso dei cookie.
Chiudi
Info