Diario del terapeuta

La terapia è come una partita a scacchi

Prendendo lezioni, ho capito che gli scacchi sono una perfetta metafora del percorso terapeutico

Incontra uno psicologo

«Chi voglia imparare sui libri il nobile gioco degli scacchi si accorgerà che soltanto le mosse di apertura e quelle finali consentono una presentazione sistematica esauriente»
Nuovi consigli sulla tecnica della psicanalisi (1914) —  S.Freud

Di recente ho approfondito la mia passione per il gioco degli scacchi. Questo antico gioco ha aspetti di grande fascino, perché sembra unire il controllo e la pianificazione con l’attacco deliberato e lo scontro. Osservare una partita è come ascoltare una conversazione lenta e ponderata tra due amici saggi, ma anche assistere a uno scontro di lotta libera o alla rigorosa dimostrazione di un teorema matematico.
Le regole sono sempre le stesse, ma sono i caratteri dei giocatori e le loro forze emotive a regolare il tono della partita. Queste riflessioni mi hanno portato a concludere che esiste una certa somiglianza tra il gioco degli scacchi e il colloquio terapeutico. Vediamo quali.

È importante l’obiettivo, non la strategia

Da giocatrice dilettante avevo un’immagine poco realistica dei giocatori esperti: immaginavo che avessero una specie di archivio di partite sempre pronto, con le mosse perfette da sfoderare all’occorrenza organizzate in un algoritmo vincente. Le lezioni invece hanno tutto un altro taglio: qual è l’obiettivo? Controllare una certa casella (di solito quelle al centro della scacchiera) e impedire all’avversario di fare lo stesso. Dall’obiettivo derivano le mosse, in un algoritmo rigoroso, ma creativo e flessibile sempre pronto a riadattarsi all’obiettivo iniziale: controllare le case centrali. Il ragionamento sulle mosse di apertura non è mnemonico, ma tattico. Non c’è bisogno di ricordare nomi o sequenze, ma di ragionare in termini di obiettivi, rischi e perdite. In psicoterapia è lo stesso. Quando studiavo all’università pensavo che prima o poi mi sarei imbattuta in libri che mi avrebbero fornito le “risposte corrette” da dare di fronte ai vari quadri di personalità o sintomi specifici. Inutile specificare che tale libro non esiste, esiste invece la domanda centrale che bisogna sempre tenere presente: di che cosa ha bisogno questa persona davanti a me? Per quali ragioni?

L’immagine scacchistica

La principale caratteristica dell’immagine scacchistica (chess image) è il suo funzionare solo se tiene in mente l’immagine della scacchiera nel suo complesso. Questa immagine non è solo la percezione visuale della posizione di pezzi e pedoni sulla scacchiera, ma è anche la rappresentazione mentale del giocatore che tiene conto della relazione esistente tra i pezzi sulla scacchiera e le mosse giocate nel seguito. Dunque, i pezzi e i pedoni, le caselle e le linee di forza esistono nella mente del giocatore sempre come portatori di idee della posizione. In una terapia accade altrettanto: come si colloca l’esperienza problematica nella mente della persona che sto incontrando? Qual è l’immagine della sua mente? Non c’è un sintomo uguale ad un altro, così come un alfiere nell’angolo della scacchiera non è uguale a un alfiere che controlla il re avversario.

La scoperta

Un altro importante elemento è l’intuizione che contribuisce alla comprensione e alla rapida valutazione del gioco. L’intuizione è la via diretta per raggiungere la verità (scacchistica), la soluzione che immediatamente arriva alla mente. Ma dietro questa capacità di scoprire improvvisamente la verità sulla scacchiera, c’è in realtà un insieme di esperienze accumulate e di conoscenze acquisite nel passato. Negli scacchi l’intuizione creativa appare come un’improvvisa scoperta, che non appare conscia fino al momento della decisione. Il giocatore non necessita di idee generali, ma solo di quelle che risolvono il particolare problema sulla scacchiera. Altrettanto succede nel corso di una terapia, non perché si improvvisa, ma all’opposto perché è come se tutte le teorie fossero necessarie ma non sufficienti a rispondere alla domanda posta da quella precisa persona in quel preciso momento.

Attenzione elastica e imparziale

Negli scacchi, come in altre attività creative, l’attenzione non è focalizzata su oggetti immobili, ma su situazioni che cambiano costantemente sulla scacchiera. Quando cerchiamo di visualizzare la futura posizione dei pezzi o calcoliamo una combinazione, dobbiamo analizzare la ridistribuzione dei pezzi e le nuove posizioni che possono assumere. Il fatto che la nostra attenzione sia profonda e costante non significa che sia statica. È la descrizione perfetta di come deve lavorare l’attenzione di un terapeuta.
Nelle mie partite avevo sempre considerato i pedoni come molto sacrificabili finché non ho realizzato che, nell’economia di una partita, perdere un pedone può implicare la differenza tra vittoria e sconfitta. Anche in psicoterapia accade qualcosa di simile: nessuna comunicazione è meno importante delle altre, nessuna parola è trascurabile. Ogni parola e ogni mossa di scacchiera trasformano la partita, a volte in modo decisivo, e sottovalutarle è nel migliore dei casi un rischio e la perdita di un’opportunità.

Divergenze

Devo fare una precisazione però: la partita non si gioca direttamente tra paziente e terapeuta. Se così fosse infatti, la vittoria dell’uno implicherebbe la sconfitta dell’altro e questo in terapia non è auspicabile e nemmeno possibile. Sulla scacchiera si svolgono combattimenti anche duri tra le parti del paziente, che i due osservano e di cui cercano di analizzare gli schemi. In terapia, contrariamente a quanto accade nel gioco, lo scacco matto non è la fine, ma una svolta che conduce al cambiamento e all’inizio di una nuova partita, più ricca di mosse creative e di divertimento.

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