Sintomi

Anziani: quando il cervello perde colpi

Che cosa fare in caso di decadimento cognitivo

Incontra uno psicologo
Anziani: quando il cervello perde colpi

Invecchiare è normale: i cambiamenti nel corpo e nel cervello sono in parte dettati dal Dna, in parte legati alla storia individuale. In alcuni casi, tuttavia, l’invecchiamento è accompagnato da un decadimento cognitivo. Come riconoscere i sintomi e chi rivolgersi per la diagnosi e il supporto.

Con l’avanzare dell’età intervengono diversi cambiamenti nel cervello, che riguardano le funzioni cognitive, comportamentali ed emotive. Se il processo è naturale, il quadro di personalità resta stabile mentre a cambiare e a ridursi sono la percezione, la velocità di elaborazione delle informazioni, l’attenzione e la memoria, in particolare nella capacità di apprendere nuove informazioni e di tenere a mente nel tempo gli episodi recenti. Rimangono stabili, invece, il linguaggio, l’abilità di ragionamento e le abilità visuo-spaziali.
Si parla invece di invecchiamento “patologico” quando le modifiche del cervello vanno a influenzare la stabilità del quadro di personalità. Tra i processi neuropatologici più importanti c’è il deterioramento cognitivo.

L’invecchiamento patologico

L’associazione americana degli psicologi (Apa) nel 1987 ha fornito una chiara definizione del termine: “la demenza o decadimento cognitivo cronico-progressivo è una malattia del cervello che comporta la compromissione delle funzioni cognitive tale da pregiudicare la possibilità di una vita in autonomia. Ai sintomi cognitivi si associano quasi sempre alterazioni della personalità e del comportamento che variano come entità da individuo a individuo. Inoltre è presente una progressiva alterazione dello stato funzionale”.
La definizione dell’APA, quindi, ci dice che la demenza è una malattia del cervello che comporta sintomi cognitivi (come difficoltà nella memoria, nel linguaggio e nell’orientamento) e sintomi comportamentali (per esempio la persona può mettere in atto comportamenti bizzarri, o risultare più aggressiva fisicamente) o della personalità (può per esempio diventare più apatica o più irascibile). Inoltre progressivamente la persona riduce l’autonomia e la capacità di gestire le attività di cura del sé. Il decadimento ha un’evoluzione progressiva durante la quale i sintomi peggiorano sempre più fino a una condizione di totale dipendenza.
Le demenze sono molteplici e sono classificate in base a diversi aspetti, per esempio in base alle cause, all’esordio, ai sintomi che emergono o alle strutture cerebrali coinvolte.

Le cause

Si riconoscono forme primarie e secondarie. La demenza primaria (come il morbo di Alzheimer e la demenza dei corpi di Lewy) è una degenerazione del tessuto cerebrale che si concretizza nella perdita di neuroni. Nelle forme secondarie la degenerazione del tessuto cerebrale è la conseguenza di altri processi, per esempio di una malattia infettiva (come nel caso della demenza di Creutzfeld-Jacob), dell’esposizione a una sostanza tossica (quali l’alcol o i metalli pesanti) o di un evento traumatico.

I sintomi

I sintomi cognitivi sono diversi in base alla diagnosi e alla porzione del tessuto cerebrale interessato. Perciò, per esempio, nel morbo di Alzheimer i primi sintomi riguarderanno la memoria, l’orientamento e alcuni aspetti linguistici; in una demenza fronto-temporale i primi sintomi possono riguardare il linguaggio o l’alterazione del comportamento (per esempio la messa in atto di comportamenti impulsivi che trasgrediscono le regole sociali oppure la completa disinibizione sia verbale che comportamentale).
In generale, i sintomi cognitivi più comuni sono:

  • decadimento della memoria ovvero la capacità di apprendere, conservare e utilizzare quando necessario l’informazione e la conoscenza;
  • difficoltà nel linguaggio che ci permette di interagire con gli altri e di comprendere ciò che gli altri dicono;
  • riduzione dell’attenzione che ci permette di indirizzare la nostra energia verso uno stimolo,  di filtrare le informazioni e di gestire più compiti contemporaneamente;  
  • rallentamento del ragionamento logico che permette di utilizzare più informazioni per risolvere problemi;
  • riduzione progressiva delle abilità percettive intese come la capacità di identificare, riconoscere e utilizzare efficacemente un determinato oggetto;
  • riduzione delle abilità di movimento (prassiche), che permettono di realizzare sequenze motorie più o meno complesse (per esempio montare una moka, oppure vestirsi).

Oltre ai sintomi cognitivi possono emergere sintomi comportamentali (che variano da una persona all’altra). I più comuni sono:

  • la depressione, ovvero un’eccessiva presenza di emozioni negative rivolte a sé, al mondo e al futuro;
  • l’aggressività sia fisica che verbale diretta all’altro o verso se stessi;
  • la presenza di deliri ovvero convinzioni errate o assurde che appaiono difficili da mettere in dubbio;
  • le allucinazioni, cioè percezioni visive o acustiche di elementi che non sono presenti nell’ambiente circostante;
  • l’irritabilità intesa come tendenza ad arrabbiarsi facilmente;
  • l’apatia, ovvero la mancanza di iniziativa e motivazione nel fare le cose o anche nel sentire le emozioni;
  • l’affaccendamento motorio aberrante che consiste nella messa in atto di sequenze motorie consecutive e ripetitive senza uno scopo;
  • la labilità emotiva, cioè una facilità a irritarsi, deprimersi, ridere o essere apprensivi.

A chi rivolgersi

La valutazione di questi sintomi richiede la presa in carico della persona da parte di un’equipe composta da diverse figure professionali:  il neurologo, il geriatra e lo psicologo con specifica formazione neuropsicologica, in grado cioè di conoscere i profili cognitivi e comportamentali delle varie forme di demenza e in grado di utilizzare test necessari per la valutazione dei diversi profili. La valutazione da parte del gruppo di lavoro permette, attraverso l’esecuzione di visite cliniche e di diversi esami (tac, risonanza magnetica, esame del sangue, test neuropsicologici), la precisa diagnosi del profilo valutato, in modo da determinare la prescrizione della terapia più adatta (sia farmacologica che non farmacologica). Va sottolineato che gli interventi proposti hanno come obiettivo il mantenimento nel tempo delle risorse presentate, ma non la risoluzione del decadimento, che è una condizione irreversibile.
I professionisti, quindi, divengono un elemento chiave per codificare il disagio del paziente ma sono fondamentali anche per il caregiver, o familiare di riferimento. Gli interventi rivolti ai familiari hanno diversi scopi: aiutarli a comprendere ciò che succede al proprio caro, migliorare le strategie per fronteggiare lo stress che la gestione di un malato con demenza comporta, e valutare in itinere lo stato emotivo del caregiver per stabilire una eventuale presa in carico.