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Chi sono i Catfish, gli adescatori sentimentali di internet

Gli aspetti psicopatologici del catfishing, fenomeno virtuale molto diffuso

Incontra uno psicologo
Chi sono i Catfish, gli adescatori sentimentali di internet

Il catfishing consiste nel creare sui social identità fittizie attraverso cui intrattenere relazioni virtuali con persone che le credono vere. Ma perché il “catfish” (l’adescatore) agisce così? E perché la vittima si fa adescare, ignorando molteplici segnali che dovrebbero metterla in guardia? I primi studi su un fenomeno sotterraneo, molto più diffuso – e pericoloso – di quanto si pensi.

Una paziente racconta la sua storia con un catfish:
“Dottoressa, è stato come aver fatto un sogno. Io e David ci sentivamo di continuo, e sembrava solo questione di tempo prima che potessimo finalmente incontrarci. Lui mi diceva di vivere a Tokyo. Mi mandava tantissime foto: di quello che vedeva dalla finestra, della sua scrivania al lavoro, dei supermercati… Ma soprattutto parlavamo, parlavamo tutta la notte. Lui non aveva mai da fare, non era mai stanco, non era mai distratto. Era veramente interessato a me. Mi aveva messo al centro della sua vita. E io con lui mi sentivo benissimo: era come aver assunto una droga che mi rendeva poco lucida. Il fatto di vederlo così poco mi sembrava una prova della purezza dei nostri sentimenti: quello che ci univa erano le parole, il legame, l’esserci. Può immaginare come mi sono sentita quando ho scoperto che tutte le foto erano prese da internet? Il mondo mi è crollato addosso!”.

Fenomeno social

Tra social e dispositivi mobili sempre più efficienti, portare avanti una finzione riguardo la propria identità sembra diventato impossibile. Eppure è proprio quello che avviene nel caso dei “Catfish” (in italiano “pescegatto”), termine che descrive una persona che chatta, si iscrive ai social e intrattiene relazioni con altri utenti (spesso di natura sentimentale) mantenendo però un’identità falsa, attribuendosi cioè caratteristiche radicalmente diverse da quelle che in realtà possiede.
Questo fenomeno ricevette una certa rilevanza a livello mediatico quando, nel 2010, uscì il docufilm Catfish: il regista e protagonista Nev Schulman vi racconta la sua reale esperienza di quando fu “ingannato” e iniziò una relazione virtuale con una fantomatica ragazza, la quale si rivelò frutto della fantasia di un’altra donna. Il film ha poi ispirato la serie televisiva-reality di MTV Catfish – False Identità mantenendo lo stesso tema e contribuendo alla diffusione della conoscenza dell’argomento e dello stesso termine Catfish. Più recentemente a far parlare del fenomeno è stato il caso “Mark Caltagirone”, il presunto fidanzato della showgirl Pamela Prati, in realtà mai esistito.

La psicologia del “catfish”

Si possono individuare vari motivi che portano a creare una “falsa identità” e a interagire tramite il web con altre persone: la paura di non essere accettati, una certa insoddisfazione riguardo alla propria vita reale e la propria vera identità o anche la semplice noia. Secondo diversi studi, l’utilizzo di una identità falsa porta in ogni caso un beneficio a livello psicologico: la possibilità di poter creare una figura immaginaria, che permetta di avere interazioni con altri, è certamente allettante e gratificante, soprattutto per chi è insoddisfatto della propria condizione, magari perché non appartiene al sesso con cui si identifica o perché è affetto da una disabilità.
Del resto i social network accentuano la naturale predisposizione delle persone a modificare alcuni aspetti della propria identità in senso pro-sociale, soprattutto se ciò può apportarci gratificazione: lo ha dimostrato in particolare uno studio israelo-statunitense, in cui i soggetti avevano consapevolezza di un divario tra il proprio sé reale e quello rappresentato sul web, di cui venivano sottolineati i punti di forza, nell’ottica di ottenere un maggior consenso sociale.

… e quella della vittime

Veniamo all’altro “lato della medaglia”: per ogni persona determinata a inventare una falsa identità, infatti, c’è almeno una vittima che, per ragioni complementari, è determinata a crederla vera, e a non notare incongruenze o vaghezze nell’interlocutore. Per esempio la mancanza di foto del volto o del corpo o la presenza di foto palesemente false (basterebbe fare una semplice ricerca su google immagini per rintracciare a chi appartengono realmente) o l’assenza di messaggi vocali (oppure pochi e brevi messaggi con voci innaturali).
I catifish spesso fanno leva sulle insicurezze e le fragilità di chi si trova davanti a un profluvio di attenzioni e complimenti, rispetto ai quali si sente vulnerabile e dipendente. Di fronte a reticenze e incongruità, la vittima finisce col sigillare un ‘patto implicito’ con il simulatore, con l’obiettivo di far perdurare il più a lungo possibile lo stato di benessere, che non si pensa possibile sperimentare su un piano più realistico. Nel 2004 John Suler pubblicò su CyberPsychology & Behaviour un articolo in cui descrive un possibile prodromo a tale tendenza: quando siamo online, i filtri che di norma regolano la nostra comunicazione con il mondo esterno si lasciano andare, favorendo una maggiore disinibizione nelle relazioni. Tale effetto può portare a derive aggressive (basta pensare ai comportamenti offensivi dei cosiddetti “leoni da tastiera”) ma anche a una maggiore apertura agli altri e a sé stessi, che quindi permette di esprimersi più “liberamente” e a interagire con gli altri a livello anche profondo.
Ad accomunare catfish e vittima ci sarebbe una bassa autostima, derivante probabilmente da un attaccamento insicuro: la persona particolarmente incline a dialogare con o attraverso account falsi o “fake”, traendone sensazioni piacevoli, ottiene spesso punteggi bassi per quanto riguarda autostima e autenticità in test appositi.

Il falso sé

Anche se la risposta più diffusa di fronte a questo fenomeno è l’incredulità o addirittura il biasimo, sia per chi la perpetra attivamente sia per chi la subisce, chi costruisce relazioni di questo tipo è sempre una persona che si trova in gravi difficoltà emotive, e vive un acuto senso di vergogna per il proprio sé e per le proprie azioni (anche per questo la diffusione del fenomeno è ampiamente sottostimata). L’individuo che ne è interessato sta probabilmente sperimentando una deriva estrema e negativa del cosiddetto “falso sé”. Autori come Donald Winnicott e Carl Rogers hanno elaborato e definito tale termine dagli anni ’50 del secolo scorso: si tratterebbe di una sorta di maschera sociale, una dimensione che l’individuo utilizza per essere accettato dal mondo circostante e per nascondere il proprio “vero sé”. Quest’ultimo normalmente domina la personalità ma, in alcuni soggetti, può “fuoriuscire” dai propri limiti fino a portare nei casi estremi a una condizione psico-patologica. Chi arriva a intrecciare relazioni sentimentali usando questa falsa “proiezione” di sé è sicuramente a uno stadio di questo tipo, e necessiterebbe di un aiuto per uscire da una dimensione dove il falso e il vero si incrociano e la menzogna è all’ordine del giorno.