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Psicofarmaci: sfatiamo i miti più diffusi (15 domande e risposte)

Rispondiamo alle domande ricorrenti sugli psicofarmaci e sfatiamo i miti più diffusi

Incontra uno psicologo
Psicofarmaci: sfatiamo i miti più diffusi (15 domande e risposte)

Effetti collaterali, efficacia, dipendenza, uso delle benzodiazepine…  In questo articolo rispondiamo a tutte le domande frequenti sugli psicofarmaci e vediamo perché alcuni miti non hanno fondamento. 

“Mica vorrai andare da uno psicologo, non sei mica matto”, “Uno psichiatra? Ma guarda che ti danno dei farmaci che ti rimambiscono, perché non provi qualcosa di naturale?”.

Le problematiche psicologiche e psichiatriche sono molto frequenti in Europa. Alcuni studi stimano che questi disagi affliggano ogni anno circa una persona su quattro della popolazione generale. Nell’arco della vita quindi è molto probabile sperimentare almeno un disagio psicologico di qualche tipo (ansia, stati depressivi, ad esempio). Quando capita, purtroppo, dobbiamo fare i conti non solo con il malessere, ma anche con lo stigma della malattia mentale, con i nostri pregiudizi e quelli degli altri.

Prima di rispondere alle domande sugli psicofarmaci, vediamo come si sono sviluppati i pregiudizi più diffusi.

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Perché stigmatizziamo il disagio mentale

Lo stigma verso il disagio mentale è intrinseco nella nostra cultura, veicolato da:

  • Articoli inaccurati (quante volte un crimine viene attribuito erroneamente a condizioni psichiche aberranti piuttosto che alla natura umana?).
  • Film di effetto sugli aspetti più affascinanti (e inquietanti) della psicologia e della psichiatria (chi non ricorda la brillante interpretazione di Jack Nicholson in “Qualcuno volò sul nido del cuculo?”).
  • Banalizzazione e uso improprio della terminologia psichiatrica (ad esempio ora sui social network va di moda definirsi “bipolare”, con un’accezione che non c’entra nulla con il “disturbo bipolare” vero e proprio, come in passato succedeva per la schizofrenia).

In psicologia e psichiatria, lo stigma colpisce soprattutto i trattamenti farmacologici, al punto che fino a pochi anni fa, anche alcuni psicologi e psicoterapeuti ne erano influenzati e vedevano in modo negativo un percorso farmacologico associato al trattamento psicoterapeutico, nonostante oggi sia ampiamente dimostrato che tale combinazione dia in molti casi esiti migliori della sola psicoterapia o della sola cura farmacologica.

Perché abbiamo pregiudizi sui farmaci

Le ragioni sono diverse. Tra queste:

  • Effetti collaterali significativi delle prime categorie di farmaci approvati per l’utilizzo in psichiatria (cioè i primi antipsicotici e antidepressivi identificati negli anni 50-60),
  • L’utilizzo improprio di alcuni farmaci nei decenni passati (ad esempio l’uso eccessivo di terapie con benzodiazepine, che inducono tolleranza e dipendenza)
  • L’utilizzo fatto da diversi governi nel mondo della psichiatria come meccanismo di controllo sociale-politico (anche in Italia durante l’epoca fascista, ma anche in seguito se consideriamo che la funzione di controllo sociale nel nostro paese è stata tolta alla psichiatria solamente nel 1978 con la legge Basaglia).

Il risultato è che oggi esistono ancora tanti preconcetti sull’utilizzo di farmaci per affrontare le problematiche psichiche. Questo provoca un rifiuto a priori di terapie utili ed efficaci, un ritardo nella richiesta di aiuto, e l’accettazione del trattamento farmacologico come “ultima spiaggia”, cioè solo quando la situazione si è aggravata in misura significativa. 

Nella prossima parte dell’articolo proveremo ad affrontare alcune paure e preconcetti riguardo i farmaci psichiatrici, partendo da affermazioni e timori comuni tra i nostri pazienti, che abbiamo raccolto durante lo svolgimento dell’attività clinica. Il nostro obiettivo è fornire informazioni precise e puntuali ai nostri utenti, che possano correggere alcuni preconcetti errati e auspicabilmente ridurre lo stigma verso tali trattamenti. 

Se prendo psicofarmaci vuol dire che sono pazzo?

L’introduzione di un trattamento farmacologico si indica di solito quando i sintomi presenti condizionano in modo significativo la qualità di vita del paziente e il suo funzionamento in aree come il lavoro, l’area relazionale e l’area sociale-ricreativa.

Gli psicofarmaci sono indicati quando i sintomi iniziano a determinare un livello di sofferenza grave, che condiziona la capacità di lavorare, avere relazioni sociali normali, e divertirsi. In altre parole, quando la problematica presente sta condizionando in modo marcato la vita della persona. In tale condizione, altri tipologie di intervento (ad esempio percorso psicoterapeutico, gruppi di auto-mutuo aiuto, cambiamento o miglioramento abitudini di vita, ecc.) da sole non sortiscono risultati significativi, se non in un periodo di tempo medio lungo (6-12 mesi). Al contrario, un trattamento farmacologico può portare a miglioramenti significativi già dopo qualche settimana. Per tale motivo in queste condizioni viene consigliato un trattamento farmacologico, in quanto il più adatto ed efficace ad affrontare la problematica. 

Perciò assumere uno psicofarmaco quando è necessario non è un sintomo di “pazzia”, ma anzi è il trattamento più opportuno, che aiuterà il paziente a tornare ad una condizione di benessere e di equilibrio psico-fisico. 

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Gli psicofarmaci fanno entrare in un tunnel senza ritorno

La stragrande maggioranza dei trattamenti farmacologici in psichiatria ha una durata preventivata minore di 1-2 anni. Ciò vuol dire che dopo questo periodo di trattamento, il farmaco può essere sospeso (in modo graduale, sotto controllo di un medico) mantenendo il beneficio raggiunto, in quanto un trattamento di tale durata consente di stabilizzare gli effetti positivi raggiunti.

Certo, vi sono alcune specifiche patologie psichiatriche (come ad esempio la schizofrenia e il disturbo bipolare) in cui in molti casi è consigliata una terapia farmacologica di mantenimento, che consente di tenere il disturbo ben controllato. In questi casi però vale la pena di sottolineare che è la patologia stessa ad avere un andamento cronico e ad essere presente per tutta la vita del soggetto, essendo in parte dipendente dal corredo genetico del soggetto affetto. Purtroppo ad oggi non esistono farmaci curativi in senso stretto per tali disturbi, ma i farmaci attuali consentono ai pazienti affetti da queste rilevanti patologie di mantenere un funzionamento generale ed una qualità di vita soddisfacenti, spesso meno probabili senza trattamento farmacologico.  

Non è vero che gli psicofarmaci fanno entrare in un tunnel senza ritorno. La verità è invece che aiutano a uscirne.

Gli psicofarmaci sono un manicomio chimico

Il “manicomio”, nel senso stretto del termine, nasceva in Italia nel 1904 con la legge “Giolitti”. Tali strutture erano state create con lo scopo di segregare dalla società individui affetti da patologie psichiatriche, che erroneamente erano ritenute correlate alla pericolosità sociale. Il ruolo della psichiatria era allora soprattutto di controllo sociale, attraverso la segregazione manicomiale e la conseguente esclusione dalla società di persone ritenute non più adatte alla vita di comunità (ad es.empio in seguito a pubblico scandalo, agiti aggressivi, ecc.). Con l’introduzione della famosa legge 180 (cosiddetta legge “Basaglia”) nel 1978, il ruolo della psichiatria cambia, diventando di esclusiva cura della persona, in analogia alle altre specialità mediche. Tale legge ha sancito inoltre la definitiva chiusura di tutti i manicomi italiani. 

È quindi improprio considerare la psicofarmacoterapia una sorta di “contenimento chimico” della patologia psichiatrica. L’uso di psicofarmaci ha infatti come primo e unico scopo, insieme ai molteplici interventi terapeutici complementari, quello di migliorare la qualità di vita del paziente, riducendo e contrastando i sintomi presenti. Quindi, in realtà, gli psicofarmaci spesso “liberano” il paziente dai propri sintomi, consentendogli di riprendere le proprie attività quotidiane e le proprie abitudini di vita. Basti pensare ad esempio ai pazienti affetti da disturbo da attacchi di panico, che spesso vedono le proprie autonomie e libertà ridursi progressivamente a causa dei sintomi. In questi pazienti spesso un trattamento farmacologico appropriato (idealmente affiancato da un percorso di psicoterapia) consente una remissione completa dei sintomi, con progressiva ripresa di tutte quelle attività prima abbandonate a causa degli attacchi di panico, come per esempio guidare, frequentare concerti e luoghi affollati, fare lunghi viaggi in aereo e treno.  

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Gli psicofarmaci danno dipendenza

La maggior parte dei trattamenti farmacologici utilizzati in psichiatria ha una durata media di uno-due anni. Dopo tale lasso di tempo, la terapia può essere gradualmente sospesa, con mantenimento del beneficio clinico ottenuto.

Tuttavia, occorre precisare che esistono farmaci utilizzati in psichiatria che possono causare dipendenza. Questi sono le benzodiazepine (ad esempio lorazepam, diazepam, lormetazepam, alprazolam, etc.) e le cosiddette z-drug (ad esempio il zolpidem e lo zopiclone). Solitamente tali farmaci vengono utilizzati per il controllo dell’ansia e per la regolarizzazione del ritmo sonno-veglia.

Vale la pena sottolineare che tali farmaci hanno un effetto sintomatologico, ovvero aiutano a controllare i sintomi senza però rappresentare un vero e proprio trattamento “curativo”. Essi possono essere utilizzati in modo appropriato per un lasso di tempo limitato (qualche settimana, di certo meno di 3 mesi in modo continuativo), quando servono ad affrontare una sintomatologia lieve, che verosimilmente si risolve in modo autonomo in pochi giorni. Ad esempio quando stiamo attendendo l’esito di un esame medico importante e l’ansia secondaria non ci consente di dormire o vivere la nostra quotidianità.. 

Le benzodiazepine e le z-drug non andrebbero utilizzate in modo continuativo e andrebbero sempre assunte sotto un monitoraggio medico. Infatti con tali farmaci è possibile sviluppare una vera e propria dipendenza, con l’instaurarsi di tolleranza (cioè l’effetto clinico si ottiene esclusivamente incrementando progressivamente il dosaggio) e astinenza alla sospensione brusca del trattamento (la sindrome astinenziale da benzodiazepine è caratterizzata da fortissima ansia, quindi somiglia alla sintomatologia per cui spesso si è iniziato ad assumere tali farmaci). 

È importante seguire le prescrizioni dei medici per il dosaggio degli psicofarmaci.

Ma se li prendo e sto bene come faccio a sapere se sono guarito?

Il trattamento ideale in psichiatria, così come nelle altre branche mediche, ha lo scopo di riportare il paziente a un livello di benessere psico-fisico che era stato intaccato da una problematica precedente. Quindi, quando la cura dà gli effetti attesi, il paziente si ritroverà ad assumere una terapia anche dopo aver recuperato il proprio stato di benessere.

È importante seguire le indicazioni del proprio medico circa la durata del trattamento, perché una sospensione prematura potrebbe determinare una ricaduta, analogamente a quanto avviene per la terapia antibiotica, che è fondamentale proseguire per tutta la durata del trattamento anche se i sintomi sono già scomparsi. Ogni trattamento in psichiatria ha una durata specifica, che dipende dalle caratteristiche del disturbo e del paziente. Tale durata dovrebbe essere preventivata – quantomeno a grandi linee – al paziente nelle prime fasi del trattamento, in modo che esso sia consapevole della durata del trattamento intrapreso e delle tempistiche necessarie a considerarsi “guarito”.  

Se devo prendere gli psicofarmaci vuol dire che sono un caso grave?

È opportuno fare un discorso più ampio. L’introduzione di un trattamento farmacologico è solitamente indicata quanto i sintomi presenti condizionano in modo significativo la qualità di vita del paziente e il suo funzionamento nelle principali aree di vita, quali il lavoro, l’area relazionale e quella sociale-ricreativa. Quindi sono indicati quando i nostri sintomi iniziano a determinare un livello di sofferenza grave, che arriva a condizionare la nostra capacità di lavorare, avere relazioni sociali normali e divertirci. In altre parole, quando la problematica presente sta condizionando in modo marcato la nostra vita. In tale condizione, altre tipologie di intervento (ad esempio percorso psicoterapeutico, gruppi di auto mutuo aiuto, cambiamento/miglioramento abitudini di vita), da sole, non sortiscono risultati significativi, se non in un periodo di tempo medio abbastanza lungo (6-12 mesi).

Quindi un trattamento farmacologico è indicato quando rappresenta il miglior aiuto possibile per una determinata situazione specifica, nel senso che è il trattamento che aiuta a risolvere più velocemente e in modo più completo la sintomatologia presente nel paziente. 

Al contrario, esistono casi cosiddetti gravi, in cui il trattamento di prima scelta non è il trattamento farmacologico (ad esempio in alcuni disturbi di personalità) ma quello psicologico. Quindi non sarebbe del tutto corretto affermare che la necessità di una farmacoterapia definisce uno specifico caso come più grave di un altro, in cui esso non è indicato.  

Se prendo psicofarmaci vuol dire che non posso farcela da solo

L’utilizzo di una farmacoterapia può aiutare a controllare o ad alleviare dei sintomi, che sono di un’intensità tale da essere difficilmente sopportabili o gestibili, o che intaccano in maniera evidente il funzionamento quotidiano e la qualità di vita. In tale condizione sarebbe difficile per chiunque “farcela da solo”.

Per fare un paragone, sarebbe come dire che se prendo del paracetamolo per abbassare una febbre di 40 gradi sono debole e non sono riuscito a resistere il tempo necessario perché la febbre passasse da sola. In realtà, sia per i sintomi psichici che per la febbre alta, il perdurare a lungo di tali sintomi è deleterio per il soggetto, in quanto come la febbre alta può determinare complicanze, anche un sintomo psichico presente per lungo tempo può portare conseguenze negative, che complicano ulteriormente lo stato psicofisico del paziente. Ad esempio, se provo intensa ansia nei luoghi affollati, comincerò ad evitarli, riducendo la mia autonomia e la mia qualità di vita, con conseguenze prevedibili sul mio umore e sulla mia autostima. Al contrario, un corretto trattamento farmacologico, può consentire in tempi relativamente brevi di controllare tali sintomi, senza dover modificare le abitudini quotidiane e senza intaccare quindi la qualità di vita. 

Quando abbiamo la febbre prendiamo i farmaci per farla passare. Allora perché ci vergogniamo di curare il disagio mentale?

Gli psicofarmaci fanno male a reni e fegato?

Esistono diverse classi di farmaci psichiatrici, ognuna delle quali viene usata per sintomi e disturbi specifici. Gli effetti collaterali variano molto da una classe all’altra, ma anche da composto a composto all’interno della stessa classe farmaceutica. La maggior parte dei composti utilizzati in psichiatria non determinano particolari effetti negativi a livello renale o epatico, risultando ben tollerati nella maggioranza dei pazienti.

Certo, alcune accortezze riguardo alla scelta del composto e al relativo dosaggio debbono essere seguite in caso di pazienti affetti da pregresse patologie renali o epatiche, come per la maggior parte di tutti i trattamenti medici. Inoltre, la maggior parte dei farmaci psichiatrici viene metabolizzata a livello epatico, quindi il medico prescrivente deve valutare attentamente la presenza di potenziali interazioni con terapie farmacologiche già in atto prima della prescrizione.

Seguendo tali accortezze, le terapie farmacologiche possono essere seguite anche per lungo tempo, senza determinare danni a livello epatico o renale. 

Esistono tuttavia alcuni farmaci utilizzati in psichiatria per cui occorre valutare attentamente nel tempo i possibili effetti collaterali su tali organi, come su altri apparati. Tra di questi citiamo ad esempio i sali di litio, l’acido valproico e la clozapina. Con tali composti, occorre effettuare un monitoraggio clinico molto attento, che sarà compito del medico illustrare nel dettaglio al singolo paziente, prima di iniziare tale trattamento farmacologico. Quindi, è sempre opportuno discutere con il medico che prescrive un trattamento psichiatrico, i possibili effetti collaterali e il monitoraggio necessario per seguirlo nel tempo in modo sicuro. 

Gli psicofarmaci spegneranno la coscienza di me stesso?

La consapevolezza di sé stessi è la percezione di sé come essere unico con pensieri, emozioni, corpo e comportamento, in continuità nel tempo. Si tratta di una funzione psichica che può essere disturbata da alcuni disturbi psichiatrici o lesioni cerebrali. Il trattamento farmacologico in questi casi mira a ristabilire il senso di consapevolezza perduto. Infatti, in questi casi i farmaci aiutano a controllare gli stati emotivi e cognitivi aberranti che possono generare una scarsa consapevolezza del sé. Perciò l’obiettivo degli psicofarmaci è proprio far recuperare al paziente la propria coscienza di se stesso, non alterarla.

Concludendo, nessun trattamento psicofarmacologico opportuno determina uno spegnimento della coscienza, che può invece essere causato da alcuni disturbi sia psichiatrici che neurologici, così come dall’utilizzo di alcune sostanze di abuso. 

Riuscirò a studiare/lavorare se prendo psicofarmaci?

Spesso le persone affette da disturbi psichiatrici, quali depressione maggiore e disturbo d’ansia generalizzato, presentano nella fase acuta del disturbo una compromissione della capacità di attenzione e concentrazione, con conseguenze deleterie sulle proprie capacità scolastiche e lavorative. In tali casi un trattamento farmacologico appropriato può determinare una ripresa progressiva di tali funzioni cognitive, con ripristino delle normali capacità del paziente nell’arco di poche settimane. Quindi, da questo punto di vista, il corretto trattamento farmacologico può ripristinare le capacità di studiare e lavorare, precedentemente compromesse dal disturbo stesso.

Esistono tuttavia alcune categorie specifiche di farmaci psichiatrici, come le benzodiazepine e gli antipsicotici, che possono determinare una certa “sedazione diurna” (cioè sonnolenza e stanchezza), come effetto collaterale del trattamento.

Di solito per i farmaci antipsicotici tale effetto è limitato alla fase di introduzione del trattamento e si riduce in modo progressivo. Le benzodiazepine invece sono utilizzate per periodi brevi di tempo e l’effetto sedativo può essere presente per tutta la durata del trattamento, durante il quale andrebbero evitate la guida e le altre attività che richiedono concentrazione e attenzione significative.

Il fatto di prendere psicofarmaci potrebbe essere usato contro di me in un eventuale processo?

Assolutamente no. L’utilizzo di una farmacoterapia prescritta da uno specialista non potrà mai essere utilizzata in tribunale contro il paziente stesso. Al contrario, se un paziente ha una patologia psichiatrica riconosciuta grave, come la schizofrenia o il disturbo bipolare, il fatto di non seguire un trattamento e di non essere seguito da uno specialista privato, potrebbe essere utilizzato legalmente contro il paziente stesso (es per affidamento di minori, responsabilità in caso di incidente stradale, ecc.).

Se prendo gli psicofarmaci posso guidare?

In generale i trattamenti psichiatrici prescritti e monitorati da uno specialista non controindicano la guida. Esistono tuttavia alcune categorie di farmaci psichiatrici, come gli antipsicotici e gli stabilizzatori del tono dell’umore, la cui prescrizione continuativa richiede che il rinnovo della patente avvenga di fronte alla commissione medica patenti, previa certificazione da parte del medico curante e dello psichiatra curante. Solitamente la commissione rinnova e rilascia la patente, salvo controindicazioni specifiche nel singolo paziente. 

Un discorso a parte è necessaria per la categoria delle benzodiazepine. Infatti, un uso saltuario (o al bisogno) delle stesse controindica la guida nelle ore immediatamente successive all’assunzione, in quanto potrebbero determinare sedazione e riduzione dei riflessi. Al contrario, un utilizzo cronico, effettuato su prescrizione e monitoraggio di un medico, non è controindicazione alla guida. Anche in questo caso, sarà richiesta al paziente una certificazione da presentare alla commissioni patenti in caso di rilascio o rinnovo.  

Che differenza c’è tra gli psicofarmaci, i fitoterapici, e l’omeopatia?

Anche per gli psicofarmaci vale la distinzione fatta per tutta la medicina tra questi tipi di composti. In generale, i farmaci (tra cui rientrano anche i farmaci utilizzati in psichiatria) sono composti che vengono sottoposti a tutte le sperimentazioni necessarie prima di entrare in commercio. A grandissime linee, questi studi servono a dimostrare la sicurezza del farmaco nell’uomo e la sua efficacia nel contrastare una determinata patologia/disturbo. Solitamente l’efficacia deve essere dimostrata confrontando il nuovo composto con quelli già disponibili in commercio. Per dare un’idea al pubblico, dal momento della scoperta della molecola (il contenuto del farmaco) al momento della commercializzazione (quando possiamo comprarlo in farmacia) passano in media circa 20 anni di studi.

I farmaci fitoterapici sono tutti quei medicinali il cui principio attivo è una sostanza vegetale. Anche questi medicinali vengono approvati dalle agenzie del farmaco statali (in Italia l’AIFA), dopo la verifica della loro qualità, sicurezza ed efficacia. Possono essere venduti solo nelle farmacie, come i farmaci tradizionali. Quindi essi si distinguono dai farmaci tradizionali per le modalità di sintesi e produzione, più che per altri aspetti. 

I farmaci omeopatici invece non vengono sottoposti a tali controlli e studi e il loro commercio è meno verificato e controllato. Di solito i principi attivi (le molecole con effetto terapeutico) sono presenti in questi composti in misura infinitesimale, rendendo questi prodotti sostanzialmente innocui (ma anche senza alcune efficacia dimostrata). Quindi, in assenza di studi scientifici attendibili è indimostrabile la loro efficacia, così come non possiamo nemmeno sostenere la loro completa inefficacia. Questo vale in psichiatria come nelle altre branche mediche. Certo, in psichiatria sia l’effetto placebo che l’effetto nocebo, giocano probabilmente un ruolo maggiore che in altri campi della medicina, giustificando, almeno in parte, il maggiore uso di questi prodotti nella branca della psichiatria e della psicologia rispetto ad altre branche mediche. 

Utilizzo di farmaci psichiatrici come autocura durante l’emergenza Covid-19

Durante questi giorni di isolamento forzato, è comune sperimentare sentimenti di scoramento, noia, tristezza, labilità emotiva e ansia. L’utilizzo di farmaci ansiolitici al bisogno, come le benzodiazepine, può aiutare a gestire un momento di forte ansia. Tuttavia, sarebbe opportuno confrontarsi con il proprio medico di riferimento, per avere indicazioni specifiche e chiare su come utilizzare tali farmaci. Infatti, un utilizzo autonomo, senza monitoraggio medico, può portare precocemente a sviluppare tolleranza e dipendenza, con l’effetto paradosso di peggiorare nel tempo proprio quei sintomi d’ansia e dell’umore per cui avevamo iniziato ad assumere il farmaco nella fase iniziale.

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