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Emozioni: come sono cambiate durante la pandemia?

Ascolta (o leggi) la terza puntata del nostro podcast Streaming of Consciousness

Incontra uno psicologo
Emozioni: come sono cambiate durante la pandemia?

La terza puntata del nostro podcast Streaming of Consciousness ripercorre le emozioni che abbiamo attraversato nei mesi di isolamento e quarantena

Testo del podcast

Verso l’ultima settimana di febbraio stavo lavorando ad alcuni articoli sull’ansia e non riuscivo a togliermi dalla testa un’immagine. Pensavo a una bolla di sapone che fluttua in controluce. E almeno cento persone che la osservano con il fiato sospeso.

Da lì a pochi giorni avremmo tutti iniziato a percepire la nostra vita allo stesso modo, una fragile bolla di sapone, da proteggere facendo meno rumore possibile.

Io sono Riccardo Germani – psicologo, e questa è la terza puntata di Streaming of Consciousness, il podcast della Finestra sulla Mente.

Provare a raccogliere tutte le sensazioni sperimentate negli ultimi quattro mesi non è facile. Cercare di mettere ordine nella mente, nei ricordi, nelle emozioni di questo periodo è un’attività complicata.

Ripensare a ciò che è successo da febbraio a oggi fuori e dentro di noi è strano.

Un po’ come quando qualcuno ti comunica una notizia importante parlando molto velocemente in modo concitato e hai bisogno di rallentare, prendere pezzo per pezzo il discorso e analizzarlo. 

Allora ho provato a raccogliere le idee e fare un bilancio, perché conoscere le nostre emozioni di questo periodo ci aiuterà anche ad affrontare e capire ciò che succederà da qui in poi, nella nostra mente.

Partiamo dall’inizio.

Tra dicembre e gennaio inizia a diffondersi la notizia di un nuovo virus.

Nessuno ci fa molto caso: è qualcosa che sta succedendo in Cina, lontano da noi. Laggiù accadono tante cose strane, sono miliardi di persone e ogni tanto ne combinano qualcuna. Non ci riguarda. Al limite ci spaventiamo un po’ e decidiamo di rinunciare al sushi per qualche tempo.

I giorni passano e questa cosa del virus però non accenna a placarsi. Anzi, se ne parla sempre di più. Comunque sembra solo un’influenza, anche ammalandoci, dicono, non dovremmo avere conseguenze gravi.

Intanto i ristoranti asiatici si svuotano. Qualche timore inizia a serpeggiare, ma ancora guardiamo straniti le persone che indossano guanti e mascherine.

Nella seconda metà di febbraio i primi contagi italiani. Pensiamo tutti “Ecco, è arrivato il momento”, ma continuiamo la nostra vita di sempre, con fiducia, con l’idea che quelle poche persone saranno isolate e curate. Poco dopo vengono emesse ordinanze restrittive per prevenire il contagio, ma contestualmente vediamo il lancio dell’hashtag #milanononsiferma, e pensiamo che le chiusure di scuole e locali siano solo misure di cautela momentanee, destinate a essere presto rimosse.

Anche l’istituzione delle zone rosse non preoccupa più di tanto. Le immagini di Codogno chiusa dalle forze dell’ordine e dei suoi abitanti costretti a essere isolati dai propri familiari e amici sembrano – a chi non è di quelle parti – qualcosa di insolito e strano: “è un problema loro”. Codogno o la Cina, insomma, poco cambia.

Intanto dai supermercati iniziano a sparire Amuchina, alcol, farina, pasta e altri beni di prima necessità.

La paura vera iniziamo però a sentirla l’8 marzo, con la chiusura della Lombardia che provoca scene di panico alle stazioni di Milano. Migliaia di persone fuggono cercando di raggiungere i propri cari in città lontane, ammassandosi negli ultimi treni notturni.

Pochi giorni dopo il blocco viene esteso a tutto il paese, che si ritrova improvvisamente congelato.

Entriamo in quarantena. Siamo sopraffatti dalla paura e dall’ansia. Ogni giorno assistiamo con gli occhi sgranati a scene di morte e sofferenza. Siamo increduli, disorientati e ci sentiamo iper-vulnerabili, esposti a un pericolo invisibile di cui sappiamo ancora troppo poco.

Guardando i camion militari trascinare via le vite degli abitanti di Bergamo, sentiamo qualcosa rompersi dentro di noi.

Accettiamo di chiuderci in casa, di stare lontani. La paura accompagna i rituali ossessivi di disinfezione e igienizzazione. Cerchiamo di rendere asettico il nostro spazio vitale. Ci sentiamo chiusi in una bolla, una fragile bolla di sapone che può scoppiare da un momento all’altro, lasciandoci cadere nel vuoto.

Mentre contiamo i morti, cerchiamo di rimanere vivi. Diventiamo come astronauti. La nostra casa diventa come una navicella spaziale. Non possiamo uscire perché fuori c’è un vuoto capace di uccidere. Dobbiamo mangiare cibi a lunga conservazione e fare un sacco di esercizi che ci fanno sentire buffi, per allenare muscoli che altrimenti si atrofizzerebbero. L’isolamento colpisce i nostri bisogni fondamentali di:

– contatto

– appartenenza

– sicurezza

– rispecchiamento nell’altro.

Dobbiamo cercare di rimanere sani di mente. E per farlo sviluppiamo una sorta di anoressia verso i desideri, che teniamo lontani come veleno. Marzo e aprile sono mesi durissimi, fatti di giorni sempre uguali, di frustrazione, sirene di ambulanze e solitudine. Non sappiamo quando finirà e lentamente iniziamo ad accorgerci che è cambiato tutto. 

Per sentirci ancora vivi, nelle città deserte dove iniziano a migrare i droni, nella penombra insicura delle nostre case, iniziamo ad affacciarci dai balconi per cercare l’altro, gli occhi di qualcuno che possano ricordarci che siamo vivi, che il mondo fuori esiste ancora. Che stiamo tutti vivendo le stesse emozioni, anche quelle che non hanno ancora un nome.

Capiamo che stiamo vivendo un nuovo sentimento, chiamato Covid. Un misto di rabbia, frustrazione, tristezza, malinconia e rassegnazione che ci sale quando pensiamo a quello che vorremmo fare e non possiamo fare. Alle persone che vorremmo vedere e non possiamo incontrare, ai progetti che vorremmo attuare e non possiamo portare avanti. A ciò che abbiamo perso o visto sfumare. 

I nostri desideri non trovano spazio nel mondo e allora tornano indietro come rimbalzando su un muro, come se tentassimo di lanciare lontano una pallina da tennis e ce la ritrovassimo invece attaccata alla mano.

Come in un mediocre film americano riviviamo più volte lo stesso giorno, come se dovessimo trovare il nodo da risolvere per poter andare avanti. Oppure ci sentiamo dentro Jumanji: in quarantena dovrai stare, finché un nuovo decreto non compare.

Fuori c’è la primavera, dentro una rabbia feroce.

Cerchiamo in tutti i modi di contrastare il silenzio e il vuoto. Iniziamo a fare il pane, la pizza, i corsi online, i webinar. Alle sei e mezza la sera parte sempre l’inno d’italia da qualche balcone d dopo un po’ iniziamo a vivere con fastidio anche questo. Così come strapperemmo i cartelli con gli arcobaleni e la scritta “andrà tutto bene”. Una rassicurazione vuota che cambieremmo volentieri con “tutto passerà”.

Maggio diventa un’ancora di salvezza. La possibilità di uscire e respirare. La fase 2. Una seconda chance. Uscire è ancora strano e fa ancora molta paura. Ci muoviamo cautamente in una realtà strana e diversa da prima. Non sappiamo bene cosa ci attende e come andranno le cose, ma in qualche modo ci siamo abituati al rischio. Forse siamo davvero diventati anche più fatalisti e abbiamo accettato di vivere oltre la paura. L’ansia c’è ancora. Lo stress è presente. Ma la voglia di mettere di nuovo piede sul pianeta terra è troppo forte. Così scendiamo dalla navicella, che odora di alcol e ammoniaca, sperando che il peggio sia passato.

Intanto penso a chi in questo periodo ha perso qualcuno o qualcosa di importante.

Nel momento in cui sto registrando questo podcast ci sono più di trentamila morti in Italia. Provate a pensarci. Non abbiamo la capacità di immaginare un numero così grande, è un limite del nostro cervello. 10 morti o centomila morti non fanno grande differenza nella nostra mente. 

Immaginate la vita di una sola di queste persone: i suoi desideri, le paure, le speranze, i progetti di vita. I ricordi, le cose fatte. I momenti di felicità e le emozioni vissute. Le canzoni che ha ascoltato. I libri che ha letto. I suoi valori, le sue idee. I piatti che ha assaggiato, quelli che gli sono piaciuti e quelli che non gli sono piaciuti. Le volte che si è innamorato, le ha volte che ha sorriso, quelle in cui ha pianto. I momenti di paura e quelli di tenerezza.

Moltiplicate tutto questo per trentamila volte.

Non siamo ancora fuori dalla pandemia, non siamo al sicuro. E non possiamo ancora renderci conto di quello che abbiamo vissuto perché siamo in uno stato di allerta. Capiremo gli effetti psicologici di della pandemia solo quando tutto questo sarà finito. Solo quando potremo rilassarci.

Quando recupereremo un senso di normalità, forse ci dimenticheremo in fretta di ciò che abbiamo vissuto. Faremo finta che non sia mai successo o che non abbia avuto conseguenze. Ma qualcosa rimarrà dentro di noi, anche se penseremo di aver cancellato tutto. Questi giorni rimarranno impressi e forse lasceranno cicatrici. Quando torneremo definitivamente a sentirci al sicuro, sarà la memoria, non l’oblio, a guarire le ferite. Solo se terremo vivi i ricordi di questi mesi saremo in grado di lasciare andare la sofferenza.

In questo percorso non possiamo fare tutto da soli, abbiamo bisogno di stabilire legami empatici, di comprensione e condivisione reciproca. Abbiamo bisogno di parlare. Dopo quasi quattro mesi dall’inizio dell’epidemia non sono ancora stati ideati interventi psicologici per la popolazione, per far fronte allo stress, ai traumi e alla sofferenza.

Questo ritardo fa male a tutti: la salute psicologica è un diritto e come tale non può essere ignorato.

Io sono Riccardo Germani. Questo era Streaming of Consciousness un podcast per La Finestra sulla Mente.