Adolescenza

Ritiro sociale e Hikikomori: cause, fattori di rischio e strategie di intervento

Domande e risposte sul ritiro sociale in adolescenza

Incontra uno psicologo
Ritiro sociale e Hikikomori: cause, fattori di rischio e strategie di intervento

I terapeuti dell’equipe adolescenti del Santagostino approfondiscono il tema del ritiro sociale in adolescenza e degli Hikikomori, descrivendo le cause di queste condizioni di disagio e gli interventi possibili

Nel nostro lavoro al servizio di psicologia e psicoterapia per adolescenti del Centro Medico Santagostino abbiamo incontrato giovani che, in un certo momento del loro sviluppo, si auto-escludevano dai rapporti sociali, dalla classe, dalla scuola, dai luoghi ricreativi e di aggregazione.

Abbiamo raccolto in questo articolo alcune domande frequenti poste da genitori e ragazzi, una sorta di bussola per capire il ritiro sociale in adolescenza.

Indice:

Il ritiro sociale: cos’è e come si manifesta?

Cosa significa Hikikomori?

Le cause del ritiro sociale

I rischi del ritiro sociale

Come entrare in relazione con un figlio ritirato?

Possibili conseguenze dell’attuale emergenza sanitaria sui ragazzi ritirati

Perché mi sento sempre così inadeguato nel contatto con gli altri?

Il timore del giudizio mi blocca

Se non ho contatti con gli altri, vuol dire che sono depresso?

Non riesco più ad andare a scuola ma vorrei studiare, come posso fare?

L’intervento clinico nei casi di ritiro

Il ritiro sociale: cos’è e come si manifesta

Gli adolescenti ritirati sono per lo più giovani di sesso maschile in un’età compresa tra i 13 e i 20 anni, che sperimentano un profondo disagio emotivo nella relazione con gli altri e nella percezione di Sé.

Spesso il quadro sintomatologico comporta l’evitamento dei luoghi d’aggregazione (come la scuola) e delle interazioni fisiche, con sensazioni d’angoscia suscitate dal pensiero (consapevole o meno) di dover affrontare una prestazione, che prevede aspettative, esplicite o implicite, da parte del mondo dei pari e degli adulti.

La natura del disagio deriva, generalmente, da due fattori principali:

  • una progressiva mancanza di fiducia in sé,
  • un deficit nella strutturazione dell’identità.

Il ritiro sociale può manifestarsi tramite dolori fisici quali mal di pancia, mal di testa, vomito, sensazioni di paralisi, panico, ansia marcata, umore depresso, paura dell’esterno o dei contesti di incontro. Più la sofferenza si acuisce, più aumenta il rischio che la vita degli adolescenti si alteri: l’angoscia può diventare così intensa da bloccare i ragazzi in casa, impedendogli di recarsi a scuola o in altri ambienti, come i centri sportivi o gruppi di coetanei.

Nei casi più severi anche i contatti con i familiari stretti possono essere ridotti al minimo. Internet invece assume un significato molto importante e spesso incompreso dagli adulti: rappresenta un luogo, seppur virtuale, in cui è ancora possibile incontrarsi con l’altro.

Cosa significa Hikikomori?

Hikikomori” è una parola giapponese che letteralmente significa “stare in disparte”. Anche nella nostra lingua capita che lo si usi per indicare quei ragazzi che, per difficoltà personologiche e relazionali, si ritirano in casa.

Il fenomeno “Hikikomori” nasce e si sviluppa principalmente in Giappone per poi diffondersi nelle aree del mondo più industrializzate. In Giappone, nel 2016, si sono registrati 514000 casi di isolamento sociale (per la maggior parte maschi adolescenti e adulti). In Italia si stimano circa centomila casi, per lo più ragazzi tra i 14 e i 25 anni, anche se sembra in aumento il numero di casi che coinvolge il genere femminile.

Alcuni studi mettono in luce diverse somiglianze tra il fenomeno giapponese e quello italiano:

  • la fobia scolare
  • la qualità del legame con le figure adulte di riferimento
  • l’interesse per i mondi immaginari quali giochi virtuali, Manga, Anime e film, nei quali i ragazzi si rispecchiano e investono energie emotive.

Con il termine Hikikomori identifichiamo l’insieme di pensieri, comportamenti e atteggiamenti che portano una persona ad autoescludersi dai contesti sociali in maniera netta e rigida. In Italia il fenomeno del ritiro sociale (che non è sinonimo né di Hikikomori né di isolamento) sembra invece assumere tinte più sfumate.

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Le cause del ritiro sociale

È realistico pensare che più elementi in interazione dinamica concorrano al processo di ritiro. Tra questi possiamo includere emozioni come la vergogna, un marcato senso di inadeguatezza rispetto a se stessi in rapporto agli altri e sensazioni di disagio percepito (spesso inconsapevolmente) nel passaggio dalla fase infantile a quella adolescenziale.

Quest’ultimo fattore influisce, in molti casi, sui cambiamenti dell’immagine di sé e del proprio corpo che l’adolescenza comporta. 

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Per quanto riguarda l’immagine di sé, in alcuni casi nel legame tra adolescente e caregiver (chi si prende cura di lui) si è riscontrata la condivisione – spesso inconsapevole – di un immaginario progetto narcisistico grandioso, per cui ogni fallimento o delusione è vissuta come intollerabile ed emotivamente ingestibile. In altre parole, genitori e figli adolescenti condividono standard ideali a volte impossibili rispetto a obiettivi, modi di essere e prestazioni, che quando non vengono rispettati generano ansia, rabbia e frustrazione.

Oppure, ad esempio, può capitare che un clima familiare depressivo (uno o entrambi i genitori depressi) incida sull’immagine di sé e sulla fiducia che l’adolescente sta cercando di costruirsi. È importante comprendere ogni singola situazione nella sua particolarità, poiché ogni ragazzo ha la sua storia e un suo funzionamento mentale-relazionale specifico e irripetibile. 

Il secondo elemento da considerare attentamente è quello del corpo. In questo momento di trasformazione biologica e fisiologica, l’adolescente assume nuove forme, sia fisiche che psichiche, rispetto all’immagine infantile. Il suo sviluppo, se non sufficientemente integrato, può essere causa di profonde sofferenze che portano a pensarsi come inadeguati o non apprezzabili. Per questi motivi gli adolescenti spesso attuano strategie volte al camuffamento e all’alleviamento, fino a eliminare il corpo nell’interazione con gli altri. In altre parole, sviluppano la paura di essere visti.

Leggi anche: Il corpo degli adolescenti, come comunica?

Se in questo passaggio evolutivo non si è accompagnati da una sufficiente dose di fiducia interna, che permette l’elaborazione del lutto dell’ideale infantile, il futuro può essere visto come fonte di incertezza, portatore di minacce di fallimento, da cui ci si protegge rinchiudendosi. Se poi a questi vissuti si sovrappongono esperienze umilianti con i pari, come nei casi di bullismo, si alimentano ancor più la sofferenza e il senso di sfiducia. Tali episodi possono provocare ferite profonde, tanto da costituire veri e propri eventi traumatici che minano le fondamenta dell’autostima e dell’immagine di sé.

I rischi del ritiro sociale

Il ritiro sociale, soprattutto nel primo periodo in cui viene attuato, è visto dall’adolescente come una soluzione immediata al suo dolore: i dolori fisici scompaiono e l’angoscia si attenua. Il ragazzo ha così l’illusione momentanea di essere tornato a padroneggiare la realtà psichica e somatica. L’aspetto seduttivo del ritiro è proprio questo, può essere vissuto come un farmaco che anestetizza dalle frustrazioni della vita. Il ritiro assume così la forma di un “bunker regressivo”, con cui i ragazzi hanno l’illusione di proteggersi dai nuovi compiti evolutivi (cambiamento del corpo, delle relazioni che assumono sfumature erotiche e sessuali, delle crescenti responsabilità personali e scolastiche).

Il prezzo pagato però a volte può essere alto, con conseguenze come:

  • isolamento
  • appiattimento della vita affettiva e sentimentale
  • blocchi nello sviluppo delle personalità, incapacità di confrontarsi con la realtà
  • inibizione della crescita identitaria. 

Come entrare in relazione con un un figlio ritirato?

I genitori spesso faticano a capire i nuovi comportamenti del figlio ritirato. Di solito, in una prima fase se ne cercano le cause nei malanni del corpo, nella svogliatezza o negli atteggiamenti da “bambino capriccioso”. Questa fatica, comprensibile e dolorosa è dovuta alla difficoltà nel vedere che la sofferenza del ragazzo è profonda, reale e mette in discussione tutte le dinamiche e i miti familiari. Il lavoro terapeutico con i genitori consiste in un progressivo avvicinamento alla sofferenza del figlio e a quella dei genitori stessi, in un’ottica di comprensione.

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Possibili conseguenze dell’attuale emergenza sanitaria sui ragazzi ritirati

L’emergenza sanitaria legata alla diffusione del SARS-CoV-2 ha imposto l’isolamento fisico come condizione di sicurezza necessaria per la tutela della salute. 

In poche settimane il mondo è stato stravolto. Incontrarsi, toccarsi, abbracciarsi, baciarsi, sono diventati comportamenti percepiti come pericolosi. Soprattutto durante il periodo di quarantena siamo stati tutti costretti a vivere in condizioni di ritiro.

Cosa sta succedendo ai giovani che già prima vivevano questa condizione? E cosa potrebbe accadere in futuro? Al momento non è possibile dare risposte precise, possiamo però fare riferimento alle persone con cui stiamo lavorando. Sembra che le attuali disposizioni, che coinvolgono tutti, permettano ai giovani ritirati di sentirsi meno esclusi. La didattica online ha consentito, in alcuni casi, la ripresa della partecipazione alle lezioni. Gli incontri in rete sulle varie piattaforme hanno invece permesso un piccolo riavvicinamento sociale. In altri casi invece i ragazzi rimangono chiusi e paralizzati all’idea di una qualsiasi ripresa.

Il rischio, ora che si tenta di ricreare gradualmente una nuova normalità, è che accedere al mondo esterno possa essere ancora più incerto e imprevedibile per i rapidi e repentini cambiamenti cui siamo sottoposti. Anche se è difficile, se non impossibile, prevedere quello che potrebbe accadere, sembra che ci potranno essere due (o più…) tipi di evoluzioni: da una parte coloro che, incoraggiati dal livellamento delle differenze, riusciranno a vedere e comprendere le proprie emozioni e i propri timori con più accettazione, facilitati dal fatto che le stesse paure sono condivise su larga scala. Dall’altra, invece, si può ipotizzare che gli adolescenti ritirati potrebbero leggere gli avvenimenti in corso come una palese conferma di ciò che già pensavano, cioè che il mondo fisico e le relazioni sono qualcosa di pericoloso e persecutorio (vedi il timore del contagio), e quindi da evitare. Il pericolo, in altre parole, è che l’immaginario e il reale si sovrappongano, senza lasciare spazio alla trasformazione e all’evoluzione mentale.

 

Le risposte alle domande degli adolescenti

Perché mi sento sempre così inadeguato nel contatto con gli altri?

I ragazzi ritirati percepiscono un senso di fragilità interna che spesso è l’esito di un confronto tra i propri ideali o quelli familiari (di maturità, di bellezza, di popolarità, di giustizia, di bravura ecc) e la realtà. Questo scarto causa forti sensazioni di inadeguatezza che ostacolano la strada per la crescita. L’adolescente a questo punto, non sentendosi sufficientemente preparato, rifugge l’esplorazione di sé e le sperimentazioni incerte di cui le relazioni si colorano: l’erotismo, la sessualità, l’amicalità più intima vengono evitate nel mondo reale, ma questo non significa che non siano vissute in Internet… Il tema della delusione e del fallimento sono centrali in questa dinamica.

Il timore del giudizio mi blocca

In adolescenza il tema dello sguardo dei pari assume un’importanza cruciale. Lo sguardo degli amici, dei compagni di classe, il confronto con i modelli estetici proposti in rete possono essere vissuti con estrema sofferenza dai ragazzi. Un’occhiata di troppo, un commento stonato o un impercettibile risolino in un momento difficile possono diventare fonti di profonde umiliazioni. Comprendere il proprio modo di essere senza giudicarlo diventa quindi parte centrale di un lavoro terapeutico.

Se non ho contatti con gli altri, vuol dire che sono depresso?

Per avere una diagnosi di depressione è necessaria la presenza di alcuni sintomi come umore depresso per la maggior parte della giornata, perdita di interesse per le proprie attività, disturbi del sonno (come insonnia o ipersonnia), idee di morte, ideazioni suicidarie, rallentamento psicomotorio, eccessiva faticabilità e mancanza di energia. 

Se non hai contatti con gli altri e se hai ridotto o eliminato le tue attività come scuola, attività sportive e ricreative, può darsi che il tono dell’umore sia deflesso (ovvero più basso) e che dunque possa presentarsi un quadro sintomatologico, almeno in parte, depressivo.

Non riesco più ad andare a scuola ma vorrei studiare, come posso fare?

Nella presa in carico dell’adolescente ritirato può verificarsi il bisogno di mettersi in contatto con la scuola e i gli insegnanti per stabilire, per esempio, un rientro graduale e riformulare gli impegni didattici (verifiche e interrogazioni). Nei casi in cui risulta più ostico riprendere la frequenza scolastica, si può considerare l’ipotesi di studiare da casa, supportati da insegnanti domiciliari, oppure si può sospendere la frequenza per l’anno in corso e riprendere quando ci saranno condizioni migliori. Il percorso viene scelto discutendo col paziente, con i genitori e gli insegnanti.

Attenzione: molto spesso la scuola viene scambiata per il problema ma non lo è. La scuola rappresenta piuttosto il contesto fisico in cui le difficoltà emotive del ragazzo si manifestano con più evidenza.

L’intervento clinico nei casi di ritiro

Nei casi di ritiro sono spesso i genitori coloro che, preoccupati, si fanno carico della richiesta del figlio. Se però ti senti in difficoltà è importante che ne parli con qualcuno e ti legittimi a chiedere aiuto alle persone di cui ti fidi. Da solo o con i tuoi (se sei minorenne) puoi rivolgerti a centri specializzati, anche direttamente da internet, in cui operano diverse figure professionali che accolgono la tua richiesta.

Per esempio, se inizialmente ti è difficile uscire di casa, può essere utile sapere che il terapeuta è disponibile a utilizzare altri mezzi di contatto, come il telefono, il pc, le chat o che ci sia un educatore che possa raggiungerti a domicilio. È importante che anche i genitori lavorino in questo percorso collaborando con l’equipe o il terapeuta che ha in cura il ragazzo. Inoltre, laddove siano necessari supporti farmacologici (per esempio in presenza di quadri depressivi più consolidati), ci si può avvalere di psichiatri e neuropsichiatri.

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