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Riccardino, di Andrea Camilleri. Recensione in chiave psicologica

Il lavoro investigativo di Montalbano assomiglia all'indagine di uno psicoanalista

Incontra uno psicologo
Riccardino, di Andrea Camilleri. Recensione in chiave psicologica
Riccardino, di Andrea Camilleri. Recensione in chiave psicologica

In che modo le indagini del giovane Montalbano in Riccardino, romanzo postumo di Camilleri, assomigliano al lavoro psicoterapeutico? Ecco una recensione del libro in chiave psicologica

A metà di luglio 2020 è stato pubblicato postumo l’ultimo romanzo di Andrea Camilleri, intitolato Riccardino (si acquista qui). Il racconto ha per protagonista Salvo Montalbano, il famoso commissario di polizia che svolge le sue funzioni nell’immaginaria cittadina siciliana di Vigata. Quest’ultimo capitolo della fortunata saga, pubblicato postumo per volontà dell’autore, è la seconda riscrittura di un primo intreccio, poi modificato da Camilleri stesso.

In questo articolo, attraverso la recensione di Riccardino scopriamo a cosa è dovuto il successo dei romanzi gialli e in che modo questo genere narrativo può essere paragonato alla psicoterapia.

Il romanzo giallo, un successo recente

Alcuni autori rintracciano elementi gialli in testi molto antichi come la Bibbia, in opere come Edipo re, Amleto, Delitto e Castigo… Il genere poliziesco nasce però verso la metà dell’Ottocento come romanzo d’investigazione, con gli scritti di Edgar Allan Poe che scrive I delitti della Rue Morgue, Il mistero di Marie Roget e La lettera rubata.

Il romanzo giallo è stato considerato per molto tempo letteratura “bassa”, al pari dei fumetti, assumendo crescente popolarità solo negli ultimi decenni. Il successo di questo genere letterario è infatti relativamente recente, ed è andato di pari passo con lo sviluppo della psicoanalisi, nata con Sigmund Freud agli inizi del Novecento. E proprio la figura dell’analista ai suoi albori sembra condividere molti degli aspetti costitutivi di un buon investigatore…

A metà tra investigatore e psicoanalista

Esistono molte somiglianze tra il lavoro investigativo e quello psicoanalitico.

L’inconscio delle persone, ad esempio, può nascondere desideri e pensieri inconfessabili, che è possibile svelare grazie al lavoro analitico e all’interpretazione del sogno. Ci si basa su indizi come omissioni, lapsus, simmetrie. Nel romanzo di investigazione classico accade qualcosa di simile: la violenza non è manifesta, se ne parla ma è assente dalla scena. Come l’investigatore, l’immagine dell’analista in epoca freudiana è quella di un osservatore esterno che ricostruisce una storia con un atteggiamento di sospetto rispetto all’evidenza, fondando il suo sapere su un sistema investigativo forte.

Il romanzo enigma è un gioco intellettuale che si costituisce intorno al nucleo delitto-indagine-soluzione, con l’eroe detective che svela la verità.

L’investigatore viene presentato come un individuo brillante, con un sapere enciclopedico. Durante l’indagine corre pochi rischi, si muove poco, è spesso affettivamente solo, non ha nessun rapporto coi criminali e non li stima. Nel momento della soluzione il successo è soprattutto cognitivo, anche se a volte l’intuizione e le doti di comprensione dell’animo umano fanno la loro comparsa, ma solo come corollario delle doti intellettive e non come risorsa emotiva.

Montalbano: un autore in cerca di personaggio

I primi capitoli della saga ci mostrano Salvo Montalbano come un uomo brillante, in grado di far fronte a sfide complesse e di venire a capo degli enigmi più intricati, guidato da principi morali rigorosi. Gradualmente però l’investigatore sembra quasi “contaminarsi”, diventando sempre più duro e spregiudicato, ma anche più stanco e meno in grado di portare avanti con limpidezza il rapporto con Livia, la sua fidanzata genovese.

Le trame si fanno sempre più complesse ed evidenziano la difficoltà del commissario di gestire le emozioni. Anche i personaggi più positivi sono sempre meno “puri” e lottano con i propri limiti. I casi offrono soprattutto verità parziali, continuamente rimesse in discussione. Sono storie nelle quali la confusione e la sovrapposizione della cause sono all’origine di continui equivoci ed errori, minando i principi apparentemente più saldi e sicuri (come ne “La giostra degli scambi”). Vengono messi in evidenza il peso della verità a volte intollerabile e la disperazione per la precarietà della vita, con riflessioni sempre più sconsolate sulla vecchiaia incombente e l’impotenza. L’incontenibilità delle emozioni, lo stupore per l’emergere di lati oscuri in ogni persona, le passioni inconfessabili, la follia, la faticosa ricerca dell’identità conducono a un’apologia del dubbio e della complessità (come in “Un nido di vipere”).

In Riccardino questa relativizzazione di ogni confine arriva ai massimi livelli, perché in un gioco di rimandi meta- narrativi, autore e personaggio co-narrano la storia. 

La psicoterapia come indagine

Il lavoro terapeutico è più vicino all’esperienza di Montalbano che a quella degli investigatori tradizionali. Proprio come Montalbano, infatti, nonostante un bagaglio di conoscenze consolidate il terapeuta deve reinventare di volta in volta il proprio metodo, confrontandosi con variabili imprevedibili che lo costringono ad adattarsi alla situazione.

Montalbano non si limita a ricostruire eventi passati analizzando una realtà bloccata nel tempo. L’investigatore è immerso negli stessi luoghi dei criminali, padroneggia gli stessi “codici” per interpretare la realtà e sarà proprio tale condivisione a facilitare le indagini.

Allo stesso modo, immergendosi nel campo analitico, il terapeuta/detective è esposto a ogni rischio, può passare in breve tempo dal ruolo di investigatore a quello di vittima o di colpevole, esposto alle stesse emozioni e conflitti dei propri pazienti.

Le intuizioni di Montalbano possono apparire assurde (e spesso vengono dileggiate dal questore o dal altri attori dell’indagine) ma anche quando appaiono più bizzarre non sono mai né casuali né improvvisate, ma frutto di un’osservazione attenta della realtà e dall’analisi puntuale di tutte le impressioni, anche di quelle basate su micro-indizi a malapena registrati dalla coscienza (ad esempio una tensione improvvisa della voce, la scelta di una parola anziché un’altra, ecc). Questo assomiglia molto al lavoro dello psicoanalista, che tramite indizi sottili arriva a comprendere, a volte grazie a un lavorio inconscio, le verità del paziente.

(Fonte foto: La Stampa)

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