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Vulvodinia: una patologia invisibile

Come diagnosticare e trattare la vulvodinia

Incontra uno psicologo
Vulvodinia: una patologia invisibile

Un dolore vulvare persistente, di intensità variabile dalla “puntura di spilli” alla “coltellata”. Di vulvodinia si parla poco eppure colpisce il 15 per cento delle donne. Chi ne soffre tende spesso a farsene una colpa e difficilmente accede a cure adeguate. Eppure i trattamenti esistono, sia medici sia psicologici. 

La vulvodinia è una condizione caratterizzata da dolore persistente ai genitali esterni femminili che dura da almeno 3 mesi. Il dolore può essere accompagnato da bruciore, prurito, arrossamento e irritazione. Alcune donne descrivono il dolore come una sensazione di puntura di spilli costante o come una “coltellata alla vulva”. La frequenza e l’intensità del dolore sono variabili.

La diffusione

Secondo i dati raccolti da Alessandra Graziottin e Filippo Murina (autori di Vulvodinia: Strategie di diagnosi e cura), la vulvodinia colpisce il 15 per cento delle donne e ha effetti importanti sulla qualità della vita, a livello lavorativo, relazionale e intimo. In merito a quest’ultimo aspetto, la vulvodinia può portare alla dispareunia, ossia alla presenza di dolore molto forte durante i rapporti sessuali causando ripercussioni gravi sulla sfera intima e sulla vita di coppia. Pur essendo un disturbo molto diffuso, può richiedere anni per essere diagnosticata.

Localizzata e generalizzata

La vulvodinia può presentarsi in due forme: localizzata e generalizzata. Nella prima il dolore è localizzato nel vestibolo, la parte che circonda l’introito vaginale e, nella maggior parte dei casi il dolore è “provocato”, ossia compare al tatto o alla pressione (per esempio durante gli esami ginecologici, nel corso dei rapporti sessuali o quando si indossano pantaloni stretti). La forma generalizzata, invece, colpisce più parti della vulva o l’intera area e il dolore è spontaneo e costante, intervallato talvolta da periodi di sollievo.
Più in generale, la vulvodinia rientra nelle sindromi da dolore pelvico cronico. Il pavimento pelvico, composto da muscoli, nervi e legamenti, ha il compito di sostenere gli organi pelvici (vagina, utero, vescica, uretra, ano e retto). Il pavimento pelvico può contrarsi in concomitanza dell’insorgere di diverse patologie quali cistite interstiziale, vaginiti, emorroidi o ragadi, così come nel caso specifico della vulvodinia. Infatti, gli studi dimostrano che nell’80 per cento delle donne che soffrono di vulvodinia si presenta un “ipertono” (cioè una contrazione) del pavimento pelvico, che avviene in modo involontario come reazione al dolore. 

Le cause

La ricerca è ancora lontana dall’aver compreso quali possono essere le cause specifiche di questa patologia. Tuttavia, sono state individuate alcune concause che possono contribuire all’insorgere della vulvodinia. Tra queste ci sono alterazioni genetiche, frequenti infezioni vaginali, cistiti, lesioni del nervo pudendo, ipercontrattilità vulvo-perineale, spasmo del pavimento pelvico, traumi, interventi chirurgici ginecologici, somministrazione di cure antibiotiche protratte nel tempo, atrofia da carenza ormonale. 

Come viene diagnosticata

Una volta escluse le patologie che potrebbero richiamare i sintomi della vulvodinia, viene eseguito lo Swab Test o Test di Friedrich. Questo test consiste nell’andare a toccare con un cotton fioc, imprimendo una leggera pressione, alcune aree specifiche della vulva: le grandi labbra, il solco interlabiale, il perineo, il prepuzio, le piccole labbra, il clitoride e il vestibolo vulvare. Contemporaneamente, viene chiesto alla paziente di esprimere l’intensità del dolore. È un test non invasivo che non dovrebbe provocare dolore in assenza di vulvodinia. 

Che cos’è il dolore neuropatico

Secondo l’International Society for the Study of Vulvovaginal Disease (ISSVD), il dolore vulvare che dura da almeno 3 mesi, senza una causa chiara e identificabile, assume la connotazione di dolore cronico. Il dolore neuropatico è caratterizzato da una risposta amplificata a un leggero stimolo doloroso (dovuta alla moltiplicazione delle fibre del dolore che provoca iperalgesia) e dalla percezione dolorosa di uno stimolo tattile (dovuta alla superficializzazione delle fibre del dolore, detta allodinia). In questo modo si crea un circolo vizioso all’interno del quale il dolore incrementa il dolore. In pratica la donna, a causa della sofferenza, contrae costantemente il pavimento pelvico innescando un circolo vizioso che origina dal dolore e termina con una risposta ancora più acuta.
Quando l’esperienza di dolore è intensa può diventare invalidante al punto da invadere la mente. Se il dolore si cronicizza, inoltre, le pazienti possono sviluppare vissuti depressivi di paura, rabbia, sfiducia, senso di impotenza e pensieri negativi e catastrofizzanti

Le conseguenze psicologiche

La vulvodinia è una patologia difficile da diagnosticare e molte donne impiegano anni per ricevere una diagnosi e una cura. Ricevere una diagnosi e poter dare “un nome” al proprio vissuto di dolore, quindi, è il primo passo per il riconoscimento e l’accettazione della patologia.
La vulvodinia, essendo una malattia poco conosciuta, e non visibile all’occhio umano, è spesso accompagnata da un vissuto di solitudine, da un forte senso di inadeguatezza e di vulnerabilità emotiva. La sintomatologia nascosta rende difficile, non solo agli occhi della donna, ma anche agli occhi della sua rete sociale (partner, famiglia, amici) un’adeguata considerazione e legittimazione della vulvodinia. Subentrano imbarazzo, vergogna, timore nell’affrontare il tema apertamente, per paura di essere viste “diverse”, di apparire “strane” e di non essere comprese.
La vulvodinia ha quindi ricadute sulla qualità di vita a tutto tondo, andando a compromettere l’identità stessa della paziente nel suo essere donna. Va infatti a minare fortemente la sfera intima e sessuale, con ricadute rilevanti sulla vita di coppia. La vulvodinia è la causa più frequente di dispareunia, ossia dolore durante i rapporti sessuali. Questo può portare la donna a mettere in atto strategie di evitamento nei confronti del partner, dato che i momenti di intimità possono tramutarsi in momenti di forte dolore. Il partner potrebbe leggere questo comportamento come un rifiuto e una mancanza di desiderio da parte della compagna.

Come intervenire

La vulvodinia è una condizione multiforme ed è l’espressione combinata di molteplici processi patologici in atto. È necessario intervenire con un approccio multidisciplinare e multimodale, partendo dai sintomi specifici che la paziente riporta. 

A partire dal 2005, quando è stato elaborato dall’urologo Rodney Anderson e dallo psicologo David Wise il protocollo Stanford, il trattamento del dolore cronico ha subìto una trasformazione. Gli autori hanno dimostrato come nelle donne che soffrono di dolore pelvico sia fondamentale riabilitare i muscoli del pavimento pelvico andando a sciogliere i punti di tensione (trigger points).

La terapia farmacologica, spesso caratterizzata da psicofarmaci che agiscono a livello centrale sulla percezione del dolore, non sembra essere sufficiente, mentre è fondamentale la riabilitazione interna per imparare a riconoscere e rilasciare la muscolatura. Esistono anche numerose terapie complementari come l’elettrostimolazione (TENS), l’agopuntura, la terapia infiltrativa, la radiofrequenza che possono essere adottate per alleviare il dolore. Tuttavia, queste terapie hanno una risposta soggettiva e non assoluta. 

Fondamentale è inoltre il supporto psicologico per accompagnare la paziente nell’accettazione della patologia, al fine di sviluppare un atteggiamento di accoglienza nei confronti del dolore e non di opposizione. Il supporto psicologico può essere d’aiuto anche per elaborare i vissuti depressivi che, a diversi livelli, possono presentarsi in ogni forma di dolore cronico. È inoltre importante intervenire sul tessuto sociale per favorire una rete di supporto relazionale adeguata alla paziente. 

L’obiettivo consiste nel cercare di individuare strategie per integrare al meglio la patologia nella quotidianità della persona, riducendo la compromissione della qualità di vita e le limitazioni nella sfera intima.